Il rialzo dei tassi d’interesse mette a rischio le imprese

Secondo Unimpresa si avvera ulteriore drenaggio della liquidità. In 10 anni crollati gli investimenti esteri in Italia. 

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Bilanci delle banche Ritardi di pagamento Panetta Liquidazioni ex dipendenti pubblici tassi d'interesse

Un aumento di ulteriori 75 punti base dei tassi d’interesse, che la Banca centrale europea ha appena deliberato, corre il rischio di creare nuovi problemi di liquidità alle imprese italiane. Le profonde difficoltà di accesso al credito, con le progressive restrizioni sulle erogazioni imposte dalle nuove regole prudenziali, accoppiate alla congiuntura sfavorevole e alle incertezze sul futuro, potrebbero limitare significativamente l’accesso delle imprese al credito bancario.

Secondo il Centro studi di Unimpresa il costo del denaro, portato allo 0,50% a luglio, ha già inevitabilmente innescato una salita dei tassi d’interesse sugli impieghi delle banche, sia quelli destinati alle imprese sia quelli destinati alle famiglie. Con un altro aumento, peraltro assai ravvicinato rispetto al precedente, le condizioni di accesso al credito diventerebbero proibitive.

«Altro che cavallo che non beve, come spesso dicono alcuni autorevoli esponenti del settore bancario italiano, per spiegare il credit crunch in atto da anni, fatta eccezione sui prestiti garantiti dallo Stato durante la pandemia – commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora -. La realtà è un’altra: l’acqua offerta, per restare sulla stessa metafora, verrebbe posta a un’altezza eccessiva, irraggiungibile da parte dei cavalli. Fuor di metafora, il consiglio direttivo della Bce sembra di nuovo soggetto alle decisioni, autoritarie e sbagliate, imposte dai cosiddetti falchi, convinti di poter contrastare l’inflazione agendo con i vecchi attrezzi della politica monetaria. Si ignora, incredibilmente, che questa fase, una vera e propria economia di guerra, vada affrontata con un’azione che contempli, contemporaneamente, anche importanti misure di politica fiscale».

Unimpresa denuncia anche il deciso crollo degli investimenti esteri nel Belpaese: dagli oltre 23 miliardi di euro del 2016 e dai quasi 38 miliardi del 2018 ai circa 12 miliardi del 2021. Se si prende in considerazione il solo periodo coincidente con l’ultima legislatura, a partire dal 2018 si è registrato un crollo superiore al 68% pari a quasi 25 miliardi.

«Si tratta di una vistosa e progressiva riduzione figlia non solo della congiuntura internazionale e della pandemia, ma soprattutto di scelte di politica-economica disastrose attuate negli ultimi anni che hanno sistematicamente allontanato i grandi capitali dal nostro Paese – commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara -. C’è da chiedersi quali siano, concretamente, le misure che le forze politiche intendono proporre per la prossima legislatura. Finora la campagna elettorale non ha offerto spunti degni di rilievo su argomenti essenziali come, appunto, la capacità del nostro Paese di essere fortemente attrattivo per i grandi gruppi stranieri. Questo non vuol dire la mera svendita delle nostre imprese a soggetti esteri, ma generare le condizioni per la creazione di nuovi siti produttivi, per far crescere il prodotto interno lordo e quindi l’occupazione».

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