Elezioni politiche 2022, meglio votare anche con il portafoglio

Quasi tutti i partiti hanno fatto a gare nel promettere l’impossibile, quasi sempre a debito o ricorrendo al voto di scambio. Occhio a non farsi truffare il voto nella cabina elettorale. 

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elezioni politiche 2022

Le elezioni politiche 2022 hanno portato alla luce l’enorme disinvoltura di quasi tutti i partiti (si salvano parzialmente solo le nuove formazioni politiche antisistema che hanno puntato maggiormente sulla difesa dei diritti sociali e politici) e leader politici a non scialare sulle promesse irrealizzabili, dimenticandosi che quanto hanno prospettato è quasi sempre a debito che per l’Italia costituisce un fattore assolutamente non trascurabile, essendo già giunto oltre la soglia dei 2.770 miliardi di euro, di cui 150 miliardi sotto la cura del governo dei migliori guidato da Mario Draghi.

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Tra le promesse fatte agli italiani per le elezioni politiche 2022 nel più classico contesto di vero e proprio voto di scambio (cosa che dovrebbe anche avere dei profili di responsabilità penale), ce ne sono alcune che affondano nelle storie del signor Bonaventura, quel fumetto che per ogni cosa che faceva veniva premiato con delle belle, care, nostalgiche 1.000 lire, che nella vulgata pompata dall’ultraottuagenario Silvo Berlusconi, tra una bofonchiata e l’altra, si sono magicamente trasformate in 1.000 euro al mese per tutti i pensionati al minimo, per le casalinghe, per i giovani in tirocinio e avanti di questo passo. Senza dimenticare il taglio delle tasse sui redditi e sul patrimonio.

Non si è risparmiato nelle promesse a debito neppure Matteo Salvini che, per cercare di tamponare una segreteria sempre più traballante ormai stabilmente sotto la doppia cifra, spara ad alzo zero: dai 30 miliardi chiesti in solitaria per nuovo sforamento di bilancio per ridurre parzialmente le bollette energetiche a famiglie ed imprese, alla riedizione riveduta e corretta della fallimentare Quota 100 portata a Quota 101, all’estensione della tassa piatta fino alla soglia dei 100.000 euro.

Di manica larga pure il leader democratico Enrico Letta, che punta alla 14esima mensilità estesa a tutti i lavoratori con meno di 29.000 euro lordi all’anno che da sola costa 19 miliardi all’anno. Oltre ad una selva di vari bonus ed esenzioni dall’importo di qualche ulteriore miliarduccio.

Chi del voto di scambio ha fatto la sua missione è il Movimento 5 stelle, con Giuseppi Conte che nelle terre del Mezzogiorno tenta di confermare il successo elettorale del 2018 garantendo che solo il voto al grillismo è l’unico a garantire la continuità con l’erogazione della mancetta truffaldina che fino ad ora ha generato milioni di truffe da parte di ex galeotti e, soprattutto di immigrati nemmeno residenti stabilmente nel paese del Bengodi a 5 stelle, una cosetta che è finora costata 39 miliardi, in ciò vanamente insidiato da un Giggino Di Maio che con il suo neo Impegno Civico – ampiamente sotto la soglia per l’ingresso in Parlamento come partito – si propugna come il solo e autentico padre di uno dei provvedimenti più disastrosi per la società italiana.

Va un po’ meglio, ma solo in parte, il fronte di Fratelli d’Italia, con una Giorgia Meloni che frena la spinta a nuovo debito voluta dai suoi partner di coalizione, ma non rinuncia a promettere l’aumento dell’assegno unico universale, la riduzione dell’Iva sui prodotti per l’infanzia, l’introduzione del quoziente familiare sui redditi e l’estensione della flat tax fino a 100.000 euro.

Nessuno dei leader politici che parli di come ricondurre a più morigeratezza un bilancio dello Stato che nel 2022 sfonderà la soglia dei 1.000 miliardi, quasi interamente costituito da spesa corrente e pochi investimenti. Ne tantomeno nessuno che dica nelle elezioni politiche 2022 come ridurre il peso del debito pubblico che durante la prossima, imminente crisi diventerà ancora più pesante causa la riduzione dell’attività economica.

Sarebbe utile che nelle urne del 25 settembre gli italiani votassero, oltre che con il cuore, anche con il portafoglio, evitando di dare il consenso alle proposte economicamente più distruttive per il bilancio dello Stato, ben sapendo che nel 2023 la musica sarà ben diversa da quanto promesso. Meglio saperlo ed evitare di essere, oltre che mazziati, pure cornuti da una politica sempre più fanfarona ed inaffidabile.

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