Riaperto il dossier pensioni per evitare lo scalone a 67 anni della “Fornero”

Il governo impegnato a mantenere attorno ai 62 anni l’età per il ritiro. Nuovi investimenti per le pensioni, poco o nulla per i giovani. Chi pensa a loro? 

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Riaperto il dossier pensioni

Il governo Meloni ha riaperto il dossier pensioni per scongiurare lo scoccare dello scalone a 67 anni a partire dal 1 gennaio 2023, con pieno ritorno di vigenza della riforma Fornero: nelle intenzioni si vorrebbe prorogare l’attuale sistema di quota 100 portandola a 101 o 102, con un’età pensionistica di 61 o 62 anni con un costo per le casse pubbliche di un miliardo di euro il primo anno e di oltre cinque per il secondo.

Come al solito, buona parte della politica guarda al bacino elettorale dei pensionati con l’obiettivo di ingraziarsi il consenso, anche se in Italia la spesa per le pensioni è diventata decisamente ingente, pari a 218,6 miliardi nel 2021 con una crescita prevista di almeno 40 miliardi nel 2023 per adeguarle alla maggiore crescita dell’inflazione.

Va in questa direzione anche la volontà più volte rilanciata dal sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon, di mantenere aperta la possibilità di ritirarsi dal lavoro ancora ben prima della soglia dei 65 anni che, con un’aspettativa di vita media di oltre 80 anni e una tendenza a crescere verso gli 85. Riaperto il dossier pensioni è evidente come sia difficile assicurare un equilibrio della spesa pensionistica dinanzi ad un’aspettativa di godimento della pensione superiore ai 20 anni, oltretutto con rendimenti in calo man mano che il sistema contributivo va pienamente a regime.

Il problema politico che si dovrebbe porre il governo Meloni – e che lo Schiacciasassi rilancia – è se a livello Paese sia ancora utile investire massicciamente sulla voce pensioni e pensionati quando si fa poco o nulla per i giovani, i quali entrano nel mondo del lavoro sempre più tardi, hanno carriere discontinue e precarie fino a oltre i 30 anni e stipendi decisamente bassi a prescindere dal loro livello di studio, con la conseguenza che gli investimenti che lo Stato fa per assicurare loro un’istruzione – un ciclo completo dalle elementari all’università costa mediamente 300.000 euro a studentevenga sempre più spesso sfruttato all’estero, dove i giovani riescono a conseguire guadagni decisamente più elevati che in Italia.

Probabilmente, sarebbe utile dare una cesura con anni di scarsa attenzione verso i giovani – che si riflette anche sul calo delle famiglie e della demografia nazionale – aumentando gli investimenti verso loro, assicurando una tassazione inferiore nei primi anni d’ingresso del mondo del lavoro e prevedendo anche una riforma dei meccanismi di rendita del sistema pensionistico contributivo che alla prova dei fatti risulta inadeguato a garantire una vecchiaia economicamente sostenibile.

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