Spesa per il welfare italiano 2021 a quota 517 mld

Lo studio di Itinerari previdenziali fotografa la spesa per pensioni, sanità e assistenza al 52,51% del bilancio totale dello Stato. Preoccupa l’abbassamento del numero di lavoratori attivi rispetto ai pensionati.

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Spesa per il welfare italiano

Nel 2021 la spesa per il welfare italiano ha complessivamente assorbito per pensioni, sanità e assistenza 517,753 miliardi utilizzando per le prestazioni sociali oltre la metà della spesa pubblica totale, il 52,51%: lo afferma il X Rapporto Itinerari Previdenziali secondo cui a gravare sui conti dello Stato sono soprattutto le attività assistenziali che hanno attinto dalla fiscalità generale oltre 144,215 miliardi di euro, con un aumento del 97,75% rispetto al 2008 (ma in lieve calo sul 2020 quando era stata pari a 144,758 miliardi).

La spesa pensionistica di natura previdenziale comprensiva delle prestazioni Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) nel 2021 è stata di 238,271 miliardi contro i 234,736 del 2020 (+1,5%, 0,4 punti percentuali in meno dell’inflazione). Dopo il crollo imputabile a emergenza sanitaria e misure di confinamento, crescono del 6,58% le entrate contributive, che si attestano a quota 208,264 miliardi, valore di poco inferiore a quello registrato nel 2019, comunque inferiore a coprire la spesa di settore.

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Una situazione che impatta sulla realtà del debito pubblico: a fine 2019, prima della pandemia, era pari a 2.409,9 miliardi (134,7% del PIL) rispetto ai 1.632 (102% del PIL) del 2008. In soli 11 anni, nonostante l’austerity della “matrigna” Europa (così la definirono tutti i partiti e le parti sociali), sono stati accumulati ben 777 miliardi di nuovo debito, con un incremento sul 2008 del 47%: la pandemia, reddito di cittadinanza, superbonus, Quota 100, salvaguardie pensionistiche del triennio del governo Conte (2018/20), hanno portato il debito a fine 2020 a 2.573,5 miliardi (+163,6 miliardi e 157% del PIL). A fine 2021, pur a fronte di una crescita del PIL del 7,2% e un aumento dell’occupazione di +550.000 unità, il debito raggiunge i 2.678,4 miliardi di euro con un incremento di circa 104,9 miliardi in 12 mesi, (150,8% del PIL). A fine 2022 il debito sarà a 2.775 (altri 96 miliardi), nonostante il Governo Draghi entrato in carica nel febbraio 2021, e nel 2023 con un deficit del 4,5% se ne accumulealtri 85 miliardi. Forse troppo.

Il Rapporto sulla spesa per il welfare italiano sottolinea che nel 2021 sono circa sette milioni pensionati totalmente o parzialmente assistiti (2,5 milioni coloro che hanno le pensioni integrate al minimo: il 43,48% dei quasi 16,1 milioni di pensionati). «Non sembra rispecchiare le reali condizioni socio-economiche del Paese – afferma il presidente del Centro studi Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla -, un dato che vede quasi la metà dei pensionati italiani assistiti, del tutto o in parte dallo Stato. Così come non pare credibile che la maggior parte di queste persone non sia riuscita in 67 anni di vita a versare neppure quei 15/17 anni di contribuzione regolare che avrebbe consentito di raggiungere la pensione minima».

In linea con le precedenti edizioni, anche il X Rapporto sulla spesa per il welfare italiano suggerisce allora una corretta separazione tra previdenza e assistenza: «innanzitutto c’è un tema di adeguata comunicazione con le istituzioni europee», ha precisato Brambilla, rilevando come «dai dati forniti da Istat a Eurostat risulterebbe che l’Italia ha una spesa molto alta rispetto alla media europea, generando l’erronea convinzione che il sistema vada riformato. Il vero problema – dice Brambilla – è la scelta dei governi italiani di allocare misure a sostegno delle famiglie o volte a contrastare l’esclusione sociale, a tutti gli effetti spese assistenziali, sotto il capitolo pensioni».

In buona sostanza, al welfare è destinato più di un quarto di quanto si produce o più della metà sia di quanto si incassa sia di quanto si spende in totale. «Siamo davanti a numeri – spiega Brambilla – che, trascinati da una quota assistenziale fuori controllo già ben prima dello scoppio della pandemia, contraddicono il sentire comune secondo cui l’Italia spenderebbe meno degli altri Paesi dell’UE per il proprio sistema di protezione sociale. Anzi, spendiamo molto, soprattutto in assistenza, ed è forse questa spesa eccessiva, abbinata a inefficienti controlli, a incentivare sommerso e lavoro nero, generando il tasso di occupazione peggiore in Europa».spesa per il welfare italiano

Il X Rapporto di Itinerari previdenziali stima che per finanziare sanità e assistenza, nel 2021 siano occorse pressoché tutte le imposte dirette Irpef, addizionali, Ires, Irap e Isost e anche parte di quelle indirette. Per sostenere il resto della spesa pubblica non rimangono allora che le residue imposte indirette, le altre entrate e soprattutto la strada del debito.

Si pone anche un tema di equità e sostenibilità del sistema: il 79,2% degli italiani dichiara redditi da zero fino a 29.000 euro, corrispondendo solo il 27,57% di tutta l’IRPEF, un’imposta neppure sufficiente a coprire la spesa per le principali voci di spesa di welfare, il cui finanziamento grava quindi sulle spalle degli altri versanti e, in particolare, di quei 5 milioni di contribuenti (pensionati compresi) che dichiarano redditi oltre i 35.000 euro lordi all’anno.

«Da ormai troppi anni stiamo assistendo – commenta Brambilla – a una deformazione del sistema previdenziale italiano che, progressivamente e spesso con la mera finalità di ottenere consenso, trasferisce risorse all’assistenza, anziché razionalizzarne la spesa». Portare tutti gli assegni bassi a 1.000 euro, come chiede Forza Italia, dice, «costerebbe più di 27 miliardi. La rivalutazione delle pensioni basse del 120% a 600 euro dall’ultima Legge di Bilancio, a discapito della rivalutazione delle pensioni oltre 4 volte il minimo non premia il merito, ma danneggia proprio quella fascia di pensionati che più ha versato contributi sociali e imposte dirette». E che, in linea di massima, dovrebbero avere votato proprio il centro destra vittorioso alle elezioni politiche.

Altra cifra di rilievo che emerge dal X Rapporto sulla spesa per il welfare italiano è che sono quasi 400.000 gli assegni di pensione Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) che hanno una decorrenza anteriore al 31 dicembre 1980. Nel complesso le pensioni con oltre 42 anni di decorrenza tra pubblico e privato – emerge dagli Osservatori Inpssono 399.686, ma 181.418 di queste sono state liquidate per invalidità o inabilità (166.426 nel privato, 14.992 nel pubblico). Quasi un terzo delle pensioni complessive in vigore da oltre 42 anni sono state erogate a superstiti del settore privato (148.723) con un’età media alla decorrenza di 37,62 anni (sono chiaramente rimasti in vita coloro che l’hanno ricevuta in età più giovane). Ci sono ancora nel privato 38.630 pensioni di vecchiaia erogate prima della fine del 1980 con un’età media alla decorrenza di 53,39 anni. Per il settore pubblico le pensioni di vecchiaia ancora in vigore da prima del 1981 quando le regole prevedevano la possibilità di accedere alla baby pensione, sono 17.325 con un importo medio mensile di 1.462,92 euro.

Preoccupa e molto il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, il quadro del rapporto tra lavoratori attivi e pensionati: il quadro al 2029 non è positivo, il rapporto tra lavoratori e pensionati cala dall’1,4 all’1,3 per arrivare al 2050 a uno a uno, con il Nord che arriva a 1,6 e il Centro e Sud sotto 1,2.

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