Elezioni europee: non sono un referendum personale sulla popolarità dei vari leader

Importante votare sulla base dei fatti e degli scenari, due aspetti che, specie in Italia, sono piuttosto deboli.

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Elezioni europee

Sabato 8 e domenica 9 gli italiani – così come gli europei – sono chiamati al voto per eleggere il nuovo parlamento europeo: elezioni europee che i partiti hanno trasformato in una sorta di referendum sulla popolarità dei vari leader – molti dei quali in lizza in prima persona, anche se hanno già dichiarato che a Strasburgo non ci andranno mai – piuttosto che sui fatti dell’azione di governo e delle strategie messe in atto per risolvere i problemi della nazione Italia, aggravatesi dal 2000 in poi complici i governi tecnici e i governi irresponsabili che hanno fatto crescere il debito pubblico di quasi 1.000 miliardi.

Piuttosto che intervenire per risolvere i problemi del Paese, incentivare e valorizzare la responsabilità e le competenze a qualsiasi livello, si è preferito andare avanti sulla corrente dello spreco, dello scialo, dei provvedimenti tampone e temporanei, privi di una strategia lungimirante, capace di affrontare investimenti strategici senza modificarli ad ogni cambio di governo, in Italia negli ultimi vent’anni cosa piuttosto frequente.

Quel che è peggio si è proseguito sul filone dell’assistenzialismo, appioppando il 60% circa degli italiani a quasi totale carico del restante 40%, specie di quel 14% di cittadini che dichiara redditi da 35.000 euro lordi all’anno in su, tanto da trasformare questa soglia in una sorta di confine tra l’avere tanto o poco o il non avere nulla dallo Stato, nonostante un contributo fiscale che arriva a tosare oltre il 50% dei guadagni dichiarati.

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Di fatto, governi tecnici, di centro sinistra, sovranisti vari, populisti non si sono fatti scrupolo di erogare come se piovesse regalie, contributi, agevolazioni utilizzando denaro pubblico frutto dell’estorsione fiscale e, peggio, anche del debito pubblico, che ormai viaggia senza freni oltre la soglia dei 3.000 miliardi specie sull’onda dell’ultimatrovata” dei governi Conte non stoppati da quello Draghi come i superbonus edilizia.

La politica italiana, scelta ormai solo con il criterio della fedeltà e riconoscenza assoluta nei confronti dei vari leader di turno che non si preoccupano assolutamente di operare tra i propri adepti alcuna forma di selezione e preparazione, non è in grado di valutare in modo oggettivo gli effetti delle proprie strategie. Si punta sempre e soltanto sulla redistribuzione di quello che il Fisco dalla spremitura di quel 14% di disgraziati contribuenti, e quando questo non basta si va a debito, danneggiando le future generazioni a vantaggio di quei pochi che sono in sella al potere, elezioni europee incluse.

E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, basta volerlo vedere: l’Italia è un paese con la crescita bloccata sia dell’occupazione – nonostante i record relativi -, dai redditi bassi inchiodati al livello degli anni 2000 e una crescita del Pil che, dopo il possente rimbalzo post Covid, è tornato a galleggiare attorno all’1% se non sotto.

Dal 2017 in poi, grazie a Renzi, Conte e Salvini, il debito pubblico ha iniziato a galoppare al ritmo di una cinquantina di miliardi l’anno, passando da 2.256,1 miliardi a circa 2.500 miliardi, per poi esplodere a botte di 160 miliardi all’anno dal 2020 in poi, fino a giungere agli attuali quasi 2.900 miliardi di euro. Con il rapporto debito/Pil che negli anni 2004-2008 veleggiava tra il 103 e il 106%, è schizzato al 137% ed il deficit al 7,4% nel 2023 grazie alla regalia grillopiddina dei Superbonus 110%.

In queste settimane, in attesa di valicare l’appuntamento delle elezioni europee, si sta definendo la Nadef con la necessità di trovare coperture per almeno 35 miliardi per confermare i provvedimenti di sgravio, agevolazione e bonus lanciate con le finanziarie 2023 e 2024, come il trattamento integrativo Irpef e nuove detrazioni, bonus, quattordicesima, incremento delle pensioni minime (2,5 miliardi), assegno di inclusione e per il nucleo familiare, flat tax, supporto alla formazione e al lavoro, tutte le agevolazioni prodotte dall’Isee e decontribuzioni varie, tra mancate entrate (circa 16 miliardi) e ulteriori uscite (19 miliardi).

Altro dato interessante è relativo alla spesa assistenziale: al 2008 a carico della fiscalità generale era di 73 miliardi. Nel 2022 è cresciuta a 157 miliardi. Nonostante una spesa assistenziale più che raddoppiata in 14 anni, in Italia la povertà non è stata affatto debellata. Secondo i dati Istat, nel 2008 i poveri assoluti erano 2,1 milioni e quelli relativi 6,5 milioni. Nel 2022 i poveri assoluti erano aumentati a 5,6 milioni e quelli relativi oltre 8,7 milioni. A spesa assistenziale più che raddoppiata, pure i poveri assoluti sono più che raddoppiati, evidenziando come l’incremento della spesa e della redistribuzione a carico del solito 14% di disgraziati contribuentiricchi” la situazione sociale non è migliorata. Tutt’altro.

Non ci si meravigli se l’Italia ha i tassi di occupazione tra i più bassi dell’Ue, il livello di evasione ed elusione fiscale e contributiva di gran lunga più elevato nella Ue e meno del 14% degli italiani che dichiarano più di 35.000 euro lordi l’anno.

Ne va meglio sul fronte previdenziale, con le varieQuotesalviniane che hanno terremotato il sistema sociale e produttivo nazionale, con il risultato che molti pensionati – il 47% del totale – nel corso della loro vita hanno versato nessun contributo sociale o molto pochi, che vengono premiati con l’azzeramento delle tasse, l’esenzione dei ticket, l’innalzamento dei loro trattamenti, l’erogazione della XIV mensilità, tanto da avvicinare le loro pensioni a quelle di coloro che i contributi nella loro vita lavorativa li hanno versati e pure tanto, salvo vedersi sempre ridotta se non bloccata la rivalutazione – con una perdita netta del 10% negli ultimi tre anni – delle loro pensioni, oltre ad avere un trattamento previdenziale decisamente più penalizzante rispetto ai contributi versati. Anche in questo caso, come in quello di chi paga le tasse, chi ha pagato fior di contributi previdenziali si trova mazziato e pure cornuto.

E guai a parlare sotto elezioni europee di riqualificazione della spesa pubblica, di taglio degli sprechi facilmente aggredibili, di responsabilizzazione e di compartecipazione alle spese nazionali – anche se in misura ridotta – di tutti i cittadini. Anche con il governo di centro destra che dovrebbe valorizzare il merito e una classe media ormai quasi estinta le cose non stanno cambiando. Purtroppo.

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