Gettito tributario: serve una profonda revisione della spesa pubblica della famiglia Italia

La spesa corrente lascia agli investimenti una fetta marginale delle entrate. Necessario rilanciare la manifattura e il terziario. L’assemblea annuale di Confcommercio.

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Gettito tributario

Giugno è il momento dell’anno in cui arriva l’appuntamento con il fisco e la presentazione della dichiarazione dei redditi che, nel 2023, ha assicurato alle casse statali un gettito tributario di ben 636 miliardi, 27 in più (+4,5%) del 2022, livello mai prima registrato.

Un tesoro che oggi è sempre più spostato verso la spesa corrente: il 19,4% dell’imposta sul reddito versata (IRPEF) è destinato a previdenza e pensioni, il 16,8% è destinato alla sanità, il 10,1% al pagamento degli interessi sul debito pubblico, il 9,6% all’istruzione, il 7,8% alle politiche abitative e al riassetto del territorio, il 7,7% al funzionamento delle pubbliche amministrazioni, il 7,4% alla difesa e pubblica sicurezza e il 5,1% ai trasporti. Di fatto al mondo dell’economia e del lavoro sono assegnati solo il 9,2% delle risorse incassate dal gettito tributario.

Da qui emerge la necessità di rivedere in profondità la spesa pubblica che ha ormai superato la soglia dei 1.000 miliardi all’anno, con un incremento di 200 miliardi negli ultimi tre anni. Come ha già dovuto fare ogni famiglia italiana, sarebbe oltremodo doveroso che anche la “famigliaItalia guidata da Giorgia Meloni iniziasse a trasporre anche nello Stato le logiche di riduzione della spesa partendo dagli sprechi e dalle spese clientelari, che stime autorevoli le valutano attorno ai 60 miliardi. Liberando risorse per tagliare il gettito tributario a favore della riduzione delle tasse a chi le paga e tanto o migliorare la voce investimenti.

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Ma poi serve attuare una chiara e seria politica di sviluppo che accompagni la manifattura e i servizi, entrambi in forte difficoltà, con la prima che cala continuativamente da 13 mesi e con i secondi che sono alle prese con continue chiusure delle attività minori.

Il problema è assicurare a tutte le attività economiche nazionali le stesse regole dei competitori internazionali, che spesso si fanno forti delle leve della fiscalità agevolata di molti paesi – anche europei – riservate a chi porta la sede legale nel proprio territorio o agevolazioni pubbliche – su tutti la Cina e le fortissime sovvenzioni alla produzione destinata all’esportazione – che finiscono per causare una concorrenza sleale verso le altre imprese.

La stessa Confcommercio, nella sua assemblea annuale, ha rilanciato al governo Meloni le richieste del settore, evidenziando il rischio di città con sempre meno negozi, il pressing perché la partita dei piccoli esercenti e dei colossi del web si giochi con le stesse regole, anche fiscali, il sostegno alla contrattazione: il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, indica le leve su cui agire per difendere e rilanciare ancor più la “centralità” del terziario – commercio, turismo, servizi e trasporti – per l’occupazione e la crescita.

All’assemblea generale della confederazione ha partecipato anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che dal palco ha affermato che il commercio è «libertà» ed è «termometro dello stato di salute di una società» con il suo ruolo economico e sociale: «le luci della città sono spesso le luci dei negozi, delle insegne, preziose anche ai fini della sicurezza».

Un ruolo che, dice Sangalli, sempre più si scontra con «il preoccupante fenomeno delle chiusure», dai centri storici alle periferie: «la riduzione del numero di negozi, negli ultimi undici anni, ha superato in alcuni territori il 25%». Un negozio su quattro con le saracinesche abbassate. Le imprese giovanili si sono ridotte di circa 160.000. Il rischio di desertificazione commerciale è «una ferita per l’idea di cittadinanza».

Di qui l’appello a «livellare il campo di gioco: stesso mercato, stesse regole». Un appello che rivolge in particolare all’Ue perché spinga sulla “Global minimum tax”, «determinante» per raggiungere una «giusta tassazione» delle grandi multinazionali e delle grandi piattaforme digitali globali. Perché – sottolinea Sangalli – «non è equo che un imprenditore, piccolo, medio o grande che sia, debba pagare le tasse tutte e subito, mentre questo non vale per i grandi del settore digitale».

C’è poi la questione dei contratti pirata che Confcommercio tenta di scardinare con il nuovo accordo: «occorre contrastare una volta per tutte il dumping contrattuale» ha detto Sangalli, anche con interventi normativi, e rafforzare il ruolo della contrattazione, strada «più efficace» del salario minimo.

Alla platea del terziario il ministro delle Imprese e del “Made in Italy”, Adolfo Urso, ricorda che sono in dirittura d’arrivo gli incentivi di Industria 5.0, 13 miliardi in crediti di imposta per la transizione digitale e di efficientamento energetico e che nelle prossime settimane porterà in Consiglio dei ministri la nuova legge annuale sulla concorrenza, anche con la norma che renderà strutturali gli investimenti nei dehor degli esercizi pubblici.

Sul fronte fiscale, Sangalli rimarca inoltre la necessità di rendere strutturale il taglio del cuneo fiscale. Sul fronte dell’occupazione, ricorda che il terziario ha creato, tra il 1995 ed il 2023, circa tre milioni e mezzo di nuovi posti.

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