Assunzione di medici stranieri con titoli non riconosciuti: monta la protesta in Veneto

La carenza di personale costringe gli amministratori anche a forzare le regole vigenti. Ma il Sindacato Medici Italiani – Confsal della regione non ci sta per via della sicurezza delle cure.

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assunzione di medici stranieri

La delibera con cui la regione Veneto, a firma dell’assessore alla Sanità, Manuela Lanzarin, ha autorizzato temporaneamente l’assunzione di medici stranieri privi di titoli riconosciuti dalla normativa italiana per coprire i buchi nel sistema sanitario regionale ha scatenato le proteste dei Sindacato Medici Italiani Confsal del Veneto in una nota congiunta di Liliana Lora (segretario regionale e vice segretario vicario nazionale), di Fabiola Fini (vicepresidente regionale e vice segretario nazionale ) e di Alberto Pozzi (presidente Veneto)

Per i tre esponenti dello SMI l’assunzione di medici stranieri è «una soluzione che svilisce e discrimina profondamente il lungo impegno formativo obbligatorio a cui sono tenuti i medici italiani per esercitare la professione, con l’incognita della qualità dell’assistenza e della sicurezza per il cittadino, con effetti imprevedibili sugli esiti di salute e le conseguenti possibili ricadute risarcitorie sulle aziende ospedaliere. Gli incontri tra Regione Veneto e i sindacati dei medici sull’Accordo Integrativo Regionale sono stati fermi per un anno e mezzo, solo adesso si è riaperto un confronto, che non riesce a colmare i ritardi accumulati. La scelta di utilizzare personale estero, con le caratteristiche qui evidenziate, è conseguente ai ritardi della Giunta regionale del Veneto; per questo la riteniamo irrispettosa dei professionisti del settore che non sono stati ascoltati».

Secondo Lora, Fini e Pozzi, «la Regione Veneto pare non aver nessun interesse a verificare la qualità di ciò che offre ai suoi cittadini. Basta tappare quei buchi assistenziali che essa stessa ha creato negli ultimi dieci anni per la mancanza di una seria politica di programmazione sanitaria e di organizzazione sulle strutture. Per gli ospedali non si sono sostituiti i pensionamenti, i colleghi sono stati obbligati a turni massacranti e a tempistiche di visita improponibili, lasciando andare il mancato adeguamento stipendiale. Tutte azioni che hanno fatto sì che molti specialisti scegliessero il privato o l’attività a gettone” il cui costo sarebbe da confrontare con quello di un dipendente».

Secondo stime IRES riferite al 2023, nel Veneto mancano circa 1.300 medici ospedalieri e la gobba pensionistica in prospettiva rende il dato ancora più allarmante se si considera che l’età media del personale medico degli ospedali supera i 50 anni. «Nel 2023 nel Veneto sono usciti 807 medici di cui la maggior parte in età inferiore a 50 anni per dimissioni definite ipocritamenteinaspettate”, cioè non per pensionamento né per malattia. Perché i medici se ne vanno dalla sanità pubblica? – si chiedono Lora, Fini e Pozzi – Le motivazioni sono trasversali a tutti i contesti: burocratizzazione eccessiva del lavoro, stress lavoro correlato con crescenteburnout”, trattamenti economici inadeguati, insostenibilità dei tempi lavoro-famiglia, ambiti lavorativi insicuri con esposizione ad aggressioni fisiche e verbali, contenziosi legali crescenti».

Lo SMI chiede che «si metta fine ad una politica avara con i medici e i dirigenti sanitari che operano nel Sistema sanitario nazionale, categorie professionali che reggono un servizio che garantisce un diritto fondamentale, quale la tutela della salute dei cittadini, nonostante le condizioni di lavoro peggiori dell’ultimo decennio. L’attacco al lavoro negli ospedali ha tagliato prima i letti e poi i medici – sottolineano Lora, Fini e Pozzi -. L’allungamento delle liste di attesa e il sovraffollamento dei Pronto Soccorso, divenuti luoghi simbolo del fallimento di politiche sanitarie recessive, sono un dramma quotidiano che cittadini e professionisti affrontano costretti su fronti opposti. L’ospedale è diventato un luogo dove è difficile entrare, ma ancora più difficile uscire. Dobbiamo assolutamente ripensare ed adoperarci affinché l’organizzazione del lavoro, il rapporto pubblico-privato, i percorsi di carriera, i livelli retributivi nel nostro Paese, oggi tra i più bassi in Europa, incapaci di valorizzare meriti professionali e disagio lavorativo possano fare un salto in avanti, come pure completare la Legge 24/2017 sulla responsabilità professionale e procedere al riconoscimento dello “scudo penale”».

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