Lo studio di fattibilità per la per la diga di Vetto prevista nella val d’Enza Reggiana ha stabilito che l’opera si può fare. Il documento è dalle imprese aggiudicatarie dell’appalto che avevano il compito di redigere il cosiddetto “Doc.Fap.” per il Consorzio di Bonifica dell’Emilia Centrale che è committente anche per conto della Regione Emilia Romagna e per la Bonifica Parmense.
«Lo studio ha accertato che sussistono le condizioni tecniche, economiche e di sostenibilità ambientale per un invaso lungo il corso del Torrente Enza tra i comuni di Vetto (Reggio Emilia) e di Neviano degli Arduini (Parma). Questa soluzione è stata ritenuta la più idonea rispetto alle altre alternative che prevedevano due invasi, il primo sugli affluenti Lonza e Bardea e il secondo alla stretta delle Gazze» scrive in una nota il consorzio di Bonifica Emilia Centrale.
Lo studio è costato mezzo milione di euro (finanziato per 300.000 euro dalla Regione Emilia Romagna, 120.000a dal Consorzio Emilia Centrale e 80.000 dal Consorzio Parmense). Ora la palla passa al commissario straordinario Stefano Orlandini, nominato dal ministero delle Infrastrutture (anche se manca ancora la ratifica in Gazzetta Ufficiale) che dovrà validare definitivamente il progetto per poi elaborare il cosiddetto “Pfte”, il Progetto di fattibilità tecnico-economica, che non è altro che il preludio all’esecutivo per il quale però il Mit dovrà trovare i fondi per la diga di Vetto, un’opera attesa da anni e che vale centinaia di milioni di euro.
«Dopo tanti anni siamo finalmente riusciti, grazie alla collaborazione con la Regione ed il Consorzio della Bonifica Parmense, a compiere il primo, fondamentale passo verso la realizzazione di un’opera di importanza strategica per l’assetto e per il futuro dei nostri territori» dice Lorenzo Catellani, presidente del Consorzio di Bonifica Emilia Centrale. E per il presidente del Consorzio della Bonifica Parmense, Francesca Mantelli, «questo risultato rappresenta un nuovo, importante punto di partenza».
Sono più di 50 anni che si parla di regimare il corso dell’Enza protagonista nel 1972 di una disastrosa alluvione, tanto da spingere l’allora ministro all’Agricoltura, Giovanni Marcora, ad autorizzare la progettazione di una diga a Vetto. Una diga che avrebbe la funzione, oltre a regimare il corso dell’acqua, anche di assicurare risorse idriche per l’agricoltura che soffre la siccità che minaccia l’attività dei pascoli e degli allevatori che producono il latte che serve alla filiera del Parmigiano Reggiano, il cui disciplinare prevede che almeno il 70% dei foraggi utilizzati dalla filiera cresca, in Val d’Enza, nei prati stabili della zona. E fino ad ora, per ovviare alla carenza di acqua, questa doveva essere fornita tramite impianti di pompaggio dal fondovalle con enormi costi elettrici.
Ora si vedrà se si tornerà al progetto realizzato nel 1981 dallo studio dell’ingegner Claudio Marcello che prevedeva un invaso da 102 milioni di metri cubi d’acqua, con una diga di cemento alta 83 metri (meno di quella di Ridracoli) , volume d’invaso portato nel 1987 a 180 milioni di metri cubi, o se si valuteranno alternative diverse, magari integrando pure una funzione di pompaggio tramite la realizzazione di un bacino inferiore di accumulo a circuito chiuso per favorire la stabilizzazione della rete elettrica con la crescita della produzione di energia da fotovoltaico ed eolico.
Per rimanere sempre aggiornati con le ultime notizie de “Il NordEst Quotidiano”, iscrivetevi al canale Telegram per non perdere i lanci e consultate i canali social della Testata.
Telegram
https://www.linkedin.com/company/ilnordestquotidiano
https://www.facebook.com/ilnordestquotidian
X
© Riproduzione Riservata

































