Elezioni regionali: il centro destra si accorda su Veneto, Campania e Puglia

Campania a Fdi, Puglia a un civico in salsa azzurra e il Veneto alla Salvini premier tra mille mal di pancia. In forse lo scambio Veneto alla Salvini premier e Lombardia a Fdi. Critiche di Patto per il Nord.

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Sulle elezioni regionali del 23 e 24 novembre arriva l’accordo tra le fila del centro destra, in attesa del risultato scontato della Toscana del 12 e 13 ottobre che dovrebbe segnare la riconferma del Dem Eugenio Giani, con la presidenza della Campania assegnata al viceministro agli Esteri di Fdi, Edmondo Cirielli, e quella della Puglia al civico in salsa azzurra, Luigi Lobuono.

Più delicata la “quadra” sul Veneto, dove Matteo Salvini è riuscito a confermare la bandiera della Salvini premier sulla poltrona più alta di palazzo Balbi per il suo giovanissimo vicesegretario nazionale Alberto Stefani, enfant prodige del fu Carroccio, al costo di notevoli mal di pancia, specie tra le fila di Fratelli d’Italia e di tanti ex leghisti duri e puri.

Anche perché la base dell’accordo per le elezioni regionali il Veneto ai salviniani prevede l’assegnazione della presidenza della Lombardia nel 2028 ai meloniani, accordo che lo stesso Salvini si è premurato di smentire pubblicamente con un «il candidato presidente in Lombardia non è legato al Veneto. Sarà annunciato al momento opportuno, riconoscendo il diritto di individuare il candidato presidente, da scegliere con la coalizione, al partito con il più recente maggior peso elettorale in Lombardia precedente le elezioni». Ovvero le Politiche 2027 che, salvo terremoti, dovrebbero confermare Fratelli d’Italia primo partito della coalizione che viaggia stabilmente oltre il 30%, a fronte di una Salvini premier stabilmente sotto il 10% e una Forza Italia potenzialmente in grado di passare alla doppia cifra e, forse, anche qualcosa in più.

Proprio il differente peso elettorale conquistato da Fratelli d’Italia in tutte le ultime elezioni avrebbe consigliato di cedere la guida del Veneto ad un esponente meloniano, anche per assicurare l’effettivo impegno del partito per la conquista dei consensi che ora, con la presidenza affidata al giovane Stefani, potrebbe essere meno motivato. Anche se sulla carta, la ipotetica giunta Stefani sarà fortemente cinturata da Fratelli d’Italia che pare avere chiesto, oltre alla vicepresidenza, anche cinque o sei assessorati di peso, a seconda che conquisti o meno la presidenza del Consiglio regionale. Di fatto, le speranze della Salvini premier di continuare a dare le carte in Veneto così come è stato nella legislatura che sta per finire sono ridotte al lumicino e Stefani rischia di essere un presidente travicello.

Una situazione che il Pd ha evidenziato, girando il coltello nella piaga della mancata autonomia decisionale sempre strombazzata: «la candidatura Stefani alle elezioni regionali è una candidatura nazionale scelta nei palazzi romani con un complicato sistema di pesi e contrappesi che comprende oltre agli assessorati da cedere a FdI anche i sindaci delle città capoluogo del Veneto, un nuovo centralismo con legge elettorale ad hoc e, probabilmente, l’ipoteca sulla Lombardia – afferma in una nota Giovanni Manildo, candidato presidente del Veneto del centrosinistra, già in campagna elettorale da settimane -. Da quelle parti, evidentemente, di “Prima il Venetoè rimasto poco con la candidatura del vice segretario di Salvini del quale conosciamo bene i rapporti con Zaia. Comunque: era ora! Ho passato due mesi e mezzo in giro per il Veneto senza avversario: stava diventando surreale. Ora finalmente potremo confrontarci, e soprattutto mettere a confronto progetti, ricette, idee».

A mettere sale sulle piaghe della base fu leghista della Salvini premier arriva uno dei fondatori della Lega Nord, ora tra gli artefici di “Patto per il Nord”, l’ex senatore Giuseppe Leoni, che stronca l’operato di Matteo Salvini. In una nota intitolata “La banda Salvini”, Leoni imputa al Capitano tutti i suoi insuccessi: «non solo hanno fatto sparire 49 milioni di euro, venduto il nostro giornaleLa Padania“, venduta la nostraRadio Padania“. Ora hanno venduto pure la poltrona della Lombardia, senza alcun ritegno, senza alcuna vergogna. E’ un progetto partito da lontano, l’ordine era, e lo è tuttora, cancellare il pensiero federalista della Lega, ritenuto pericolosissimo dallo Stato Nazione. Non dimentichiamo – scrive Leoni – che lo Stato Nazione è un impero mancato e come tale si muove e si difende utilizzando tutti i mezzi, il primo e il più semplice distribuendo comode e ben remunerate sedie. Tutto quello che sta avvenendo è un male oscuro, un cancro che ha messo le sue radici e estendendosi con metastasi in tutti i punti vitali, un processo iniziato nel lontano 2013».

«Lo avevo intuito, è sempre stata una idea fissa del Sal-segretario, sindrome di Sansone, distruggere quello che non ha creato – continua l’ex senatore e fondatore della Lega Nord con Umberto Bossi -. Non a caso una decina di anni fa, di fianco al palco di Pontida, aveva fatto piazzare una grande ruspa, era così evidente il segnale: le ruspe non costruiscono ma demoliscono. I somari padani, in quel giorno gioiosi di avere la ruspa, non avevano capito nulla, le salamelle, c’erano i discorsi dal palco pure, infatti ospitava tutti quelli che la ruspa l’avrebbero usata: ministri, governatori, parlamentari; mancava un esperto scovato nell’organizzazione del Genio Militare capace di infliggere il colpo mortale. Oggi c’è stato un sussulto, finto, i leghisti si ribellano al leader. Chi sono i leghisti che si ribellano? Il segretario lombardo, Massimiliano Romeo, poverino, solo ora si accorge che la sua Giulietta dorme in un altro letto da anni. Le grida di Romeo, capogruppo al Senato della Salvini premier, sono più che giustificate, lui che dopo Palazzo Madama pensava di passare al Pirellone visto che Attilio Fontana è arrivato a fine corsa. Preoccupatissimo Romeo, che non avendo ancora raggiunta l’età della pensione dovrà cercarsi un posto di lavoro difficilissimo che sia un lavoro onorevole di come stanno andando le cose. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Era stato avvisato per tempo».

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