Il racket dei funerali attivo nel Ravennate è stato colpito a livello contabile e penale, mettendo la parola fine, al momento, di una vicenda che ha coinvolto decine di persone e aziende.
La Corte dei Conti dell’Emilia Romagna ha condannato sei infermieri addetti alle camere mortuarie di Lugo e Faenza a risarcire all’Ausl Romagna, con importi diversi tra loro, il danno da disservizio per un totale di 13.695 euro in relazione a retribuzioni indebitamente percepite. La Procura erariale aveva chiesto in solido il pagamento di 20.000 euro anche per avere usato i materiali dell’ospedale per vestire le salme, attività vietata dalle direttive aziendali.
Alla condanna si è arrivati nonostante quasi tutti avessero chiesto al Collegio di essere ammessi al rito abbreviato per avere una riduzione degli addebiti. Ma la Sezione, conformandosi al parere negativo già espresso dalla Procura regionale, ha ravvisato la presenza del doloso arricchimento, circostanza ostativa alla concessione del beneficio.
Quasi all’unisono, si è arrivati a conclusione del fronte penale davanti al Gup del Tribunale di Ravenna dei procedimenti a carico dei 51 imputati tra persone fisiche (35) e giuridiche (16) in relazione al racket dei funerali che vedeva coinvolte a vario titolo imprese di Faenza, Imola, Cotignola, Lugo e Alfonsine. La vicenda si è conclusa in primo grado con sette assoluzioni tra gli abbreviati e tre sentenze di non luogo a procedere pronunciate per altrettante società. Tra patteggiamenti e condanne in abbreviato, sono stati irrogati complessivamente circa 26 anni di carcere, tra una pena massima di tre anni e una minima di un anno e due mesi. Le imprese hanno patteggiato circa 10.000 euro di sanzione pecuniaria.
Secondo l’accusa, alla base di tutto ci sarebbe stato un sodalizio imbastito per accaparrarsi i funerali di pazienti. Le verifiche erano scattate dalla denuncia di una impresa faentina. Secondo le indagini andate avanti tra gennaio e maggio 2020, alcuni addetti alle camere mortuarie in cambio di denaro da parte di pompe funebri, avevano fornito servizi che esulavano dai loro compiti, come la preparazione e la vestizione delle salme usando peraltro mezzi del servizio sanitario nazionale. Inoltre avrebbero rivelato alle pompe funebri amiche le cosiddette “salme libere”: cioè per le quali i parenti non avevano ancora dato indicazioni circa la loro gestione funebre. Erano sempre loro che – prosegue l’accusa – si adoperavano per assegnare le camere ardenti migliori a loro vantaggio. E che facilitavano o meno gli ingressi in obitorio, assumendo atteggiamenti, definiti dagli inquirenti, di ostruzione verso quelle pompe funebri che non facevano parte del racket dei funerali.
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