In pochi anni il lessico dell’economia trentina si è riempito di parole pesanti: pandemia, crisi energetica, guerra, inflazione. È da qui che parte la riflessione della tappa di Trento di “Eccellenze del Nord Est – Le imprese più dinamiche 2025”, il roadshow promosso dagli Ordini dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Belluno, Padova, Pordenone, Rovigo, Trento e Rovereto, Treviso e Venezia con il partner scientifico del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari Venezia e del Centro VERA, il main partner Banca Ifis e il media partner Il T Quotidiano. L’obiettivo: capire come un territorio che investe molto in ricerca e innovazione possa tornare a crescere in produttività e redditi.
Sul palco dell’ITAS Forum si incrociano istituzioni, ricerca, imprese, finanza e professionisti. I saluti del Comune di Trento e della Provincia autonoma mettono subito al centro il tema: l’innovazione non è un capitolo a parte, ma il cuore della traiettoria economica trentina. L’assessore Achille Spinelli ricorda come il territorio sia ai vertici nazionali negli indicatori di innovazione, ma avverte: la vera sfida è “rendere permeabile il sistema economico” alle nuove tecnologie e far sì che diventino crescita, margini, occupazione qualificata.
I numeri delle imprese: poche grandi, molte piccole, margini sotto stress
Raffaella Ferrai, presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Trento e Rovereto, richiama il cuore del progetto: l’analisi dei bilanci delle sole società di capitali. Per il Trentino il campione conta 6.756 imprese: solo l’1% sono grandi aziende, ma da sole producono il 57% dei ricavi. È la fotografia di un sistema polarizzato, dove una manciata di player guida i volumi e una miriade di realtà medio-piccole presidia nicchie e filiere locali.
Nel 2024 i ricavi medi crescono in modo significativo, mentre l’EBITDA medio mostra una tendenza alla contrazione e il costo del personale per addetto sale. La linea blu dei grafici – quella che rappresenta le imprese trentine – resta sistematicamente sopra le medie del Triveneto e del resto d’Italia per fatturato e costo del lavoro, mentre il rapporto debito/patrimonio netto continua a scendere su livelli molto contenuti. “Sono segnali di solidità”, osserva Ferrai, “ma anche di una pressione crescente sui margini che rende fondamentale la leva della produttività.”
La mappa settoriale mostra il peso del commercio in senso lato, seguito da servizi alle imprese, utilities, metallurgia, costruzioni e macchinari/veicoli. Nel comparto delle costruzioni la numerosità delle imprese è elevatissima, ma il valore della produzione resta contenuto: un esempio concreto di quanto la struttura produttiva pesi sui margini complessivi di crescita.
Ferrai insiste sul senso dell’iniziativa: portare dentro l’assemblea di un Ordine professionale uno sguardo che va oltre scadenze e adempimenti, per tenere insieme conti, politiche pubbliche e traiettorie dell’economia reale. Il commercialista, in questa chiave, diventa il primo traduttore dei numeri in scelte per imprenditori spesso troppo piccoli per costruire da soli una visione strategica.
La produttività che si è fermata
Da qui prende le mosse l’analisi di Carlo Menon, economista senior dell’OCSE e responsabile del Laboratorio per la Produttività Territoriale del Centro OCSE di Trento per lo sviluppo locale. La produttività, ricorda, è il rapporto tra output e input: “Nel medio periodo è il principale predittore del benessere economico e del welfare di un territorio, perché spiega salari, profitti e gettito fiscale.”
Confrontando la provincia autonoma di Trento con dieci regioni europee simili per dimensioni e livelli di PIL per lavoratore all’inizio degli anni Duemila, emerge un quadro netto: fino ai primi anni 2000 le traiettorie sono sovrapponibili, poi le regioni di confronto continuano a crescere, mentre Trento rallenta e si appiattisce, in linea con la dinamica italiana.
Finora il PIL pro capite ha tenuto grazie a una forza lavoro in aumento. Ma le proiezioni demografiche raccontano altro: nei prossimi quindici anni l’uscita dei baby boomers porterà a una contrazione della forza lavoro di circa il 7%, mentre la popolazione residente continuerà a crescere. Senza un salto di produttività, l’equazione diventa insostenibile.
La diagnosi individua due nodi: il peso relativamente ridotto dell’industria manifatturiera rispetto ai territori benchmark e la minore crescita di produttività di questo settore; la forte centralità di comparti come commercio e turismo, fondamentali per attrattività e occupazione, ma con margini limitati di incremento della produttività. I settori “aperti al mondo” – beni e servizi esportabili – resto del traino potenziale.
Una delle sorprese arriva dall’export di servizi: grazie a un’indagine della Camera di commercio, l’OCSE stima che il 7% delle imprese trentine esporti servizi, contro il 3-4% che esporta beni, con punte oltre il 20% tra le aziende sopra i 50 addetti. Installazione e manutenzione, progettazione personalizzata e software sono le voci principali; gli ostacoli si chiamano lingue e complessità regolatorie nei Paesi di destinazione.
Il paradosso trentino: tanta ricerca, poca contaminazione
Sul terreno dell’innovazione, il quadro è ancora più sfaccettato. Gli indicatori europei fotografano un Trentino ai vertici per spesa in ricerca e sviluppo e capacità di produrre conoscenza. Ma la componente privata di R&S resta sotto la media e, soprattutto, le imprese faticano a intercettare appieno l’enorme patrimonio scientifico di università, FBK e Fondazione Mach.
Analizzando i microdati dei programmi quadro europei, Menon mostra come FBK e l’Università di Trento svolgano bene il ruolo di “porta d’ingresso” ai network internazionali: una quota molto elevata dei progetti coordinati da FBK include sia imprese trentine sia aziende di altri Paesi. Il rovescio della medaglia è che l’80% dei progetti con partecipazione di imprese trentine non coinvolge FBK: un potenziale di collaborazione ancora largamente inespresso.
Andrea Simoni, segretario generale di FBK, porta in sala la prospettiva della grande infrastruttura di ricerca. La fondazione – 100 milioni di budget, circa 1.000 tra ricercatori e dottorandi e oltre 60 milioni l’anno di fondi competitivi attratti dall’esterno – lavora su intelligenza artificiale, sicurezza digitale, microsistemi e scienze sociali, con un modello che tiene insieme eccellenza scientifica e impatto su imprese, pubblica amministrazione e cittadini.
Esemplifica con risultati che vanno dai dispositivi quantistici alle sfide internazionali di computer vision vinte contro colossi come Nvidia. Poi scende sul terreno delle imprese: circa 80 progetti l’anno con aziende, da Boeing e Siemens a gruppi italiani e PMI come Optoi, nata proprio in FBK, fino ai laboratori congiunti con realtà come Dedagroup.
Soprattutto, Simoni elenca strumenti europei che finanziano direttamente la collaborazione tra imprese e centri di ricerca: Digital Innovation Hub, strutture di test e sperimentazione (fino a 100 mila euro per progetti pilota), AI factory e bandi dell’European Innovation Council. Molte aziende beneficiarie sono italiane, ma non trentine: “Per noi non cambia nulla – osserva – ma per il territorio sì. Il messaggio ai nostri imprenditori è semplice: non abbiate timore di avvicinarvi alla ricerca, perché il punto di incontro si trova sempre.”
Maglione: “Deep tech e filiere, la sfida è la massa critica”
A portare la voce dell’impresa manifatturiera ad alta tecnologia è Alfredo Maglione, vicepresidente di Confindustria Trento con delega alla transizione digitale e all’innovazione tecnologica, presidente del Gruppo Optoi e di Industrio Ventures. Il suo intervento rende molto concreta l’immagine di Trento come “laboratorio” di innovazione.
Maglione ricorda come la storia di Optoi nasca proprio dall’incontro con la ricerca trentina e dall’idea di costruire tecnologia proprietaria in settori di nicchia, dai sensori alle applicazioni per l’aerospazio e l’energia. Ma avverte: la vera partita non si gioca sul singolo progetto o sulla singola start-up, bensì sulla capacità di costruire filiere e massa critica. Deep tech e componentistica avanzata richiedono tempi lunghi, capitali pazienti, reti internazionali di clienti e fornitori.
Da qui la scelta di affiancare all’impresa industriale una piattaforma come Industrio Ventures, che investe in start-up hardware e deep tech e le accompagna sui mercati globali. “Se vogliamo che l’innovazione faccia davvero PIL – è la sintesi – dobbiamo accettare che non tutte le scommesse andranno a buon fine, ma creare le condizioni perché quelle che funzionano possano scalare. E questo chiama in causa non solo ricerca e imprenditori, ma anche finanza, istituzioni e professionisti”.
La cassetta degli attrezzi: legge 6, Europa e finanza di filiera
La dirigente provinciale Laura Pedron collega questa trama alla politica industriale della Provincia. La nuova legge 6/2023 ha rimodellato gli incentivi: accanto ai “grandi progetti” di ricerca, sono stati introdotti strumenti per portare competenze dentro le imprese, finanziando per tre anni il 50% del costo di ricercatori provenienti dagli enti di ricerca o di manager dell’innovazione nelle PMI, e un bando per infrastrutture di prova e sperimentazione a supporto soprattutto del manifatturiero.
Maurizio Gianordoli, imprenditore e vicepresidente FBK, racconta dal lato dell’impresa la costruzione di un percorso fatto di bandi europei, progetti Horizon e combinazione con gli strumenti provinciali. Il messaggio è quasi un invito: servirsi di FBK e degli altri enti di ricerca come “traino” verso Bruxelles e affiancarsi a professionisti in grado di costruire business plan e modelli finanziari solidi.
Sul fronte finanziario, Michele Balice, Sales Area Manager Nord Est di Banca Ifis, registra un cambio di paradigma: esaurita la stagione delle garanzie pubbliche post-Covid, tornano protagonisti factoring, reverse factoring e finanza di filiera, con le imprese “capofila” che mettono a disposizione il proprio merito di credito per sostenere fornitori e subfornitori. Anche qui la velocità di adattamento agli shock (dai dazi alle materie prime) diventa determinante.
Commercialisti, sentinelle della produttività
In chiusura Ferrai riporta il discorso a casa dei commercialisti. Negli ultimi vent’anni la professione è stata sempre più assorbita da adempimenti fiscali e flussi informativi verso l’amministrazione finanziaria, con il rischio di sottrarre tempo e risorse alla consulenza strategica alle imprese. Eppure, in un territorio popolato da micro e piccole aziende, la figura del commercialista resta il primo punto di riferimento per qualunque decisione che impatti su investimenti, innovazione, passaggi generazionali.
La sfida, riconosce, è duplice: da un lato ripensare l’organizzazione degli studi, crescere in dimensione e competenze per seguire bandi, strumenti di finanza agevolata, progetti di ricerca, sostenibilità e internazionalizzazione; dall’altro assumersi fino in fondo il ruolo di cerniera tra dati, politiche e decisioni imprenditoriali.
Se Trento vuole trasformare davvero l’“innovazione che fa PIL” in una traiettoria stabile di produttività e benessere, servirà esattamente questo: un ecosistema in cui ricerca, imprese, finanza pubblica e privata parlano la stessa lingua. E in cui i commercialisti, usciti dalla gabbia degli adempimenti, tornano a fare ciò per cui sono nati: aiutare le imprese a scegliere la rotta.
Massimo Casagrande







































