Come vincere le sfide attraverso una collaborazione fra più generazioni: in azienda e negli studi professionali

Oltre l'immobilismo: Le mosse necessarie per gli studi professionali per accogliere il nuovo e competere con il mondo aziendale.

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Lo scorso 25 novembre si è svolto a Vicenza un convegno organizzato da Apri Formazione, ente di formazione di Confprofessioni, accreditato per la formazione continua dei consulenti del lavoro. Tema la collaborazione fra diverse generazioni. Relatori due commercialisti vicentini: lo scrivente Andrea Cecchetto, Xennial, e Valentina Dal Maso, Millennial. Platea di partecipanti appartenenti perlopiù alla generazione dei Baby Boomers, appartenenti al mondo aziendale e professionale.

Quali sono i temi emersi?

Tanto a livello aziendale che professionale occorre saper valorizzare le attitudini proprie di ciascuna generazione. Per questo è importante conoscere i diversi valori cui danno importanza le generazioni: se per i  Baby Boomers il lavoro rappresenta una delle cose più importanti, così non è per le generazioni successive. Bisogna conoscere questo aspetto per poi comprenderlo al fine di ricercare le soluzioni finalizzate al diagolo intergenerazionale.

Dopo aver compreso la diversa scala dei valori di ogni generazione occorre essere disposti a mettersi in discussione: mettere in discussione l’idea di azienda e di studio professionale creata nel corso degli anni, per accogliere il nuovo che avanza. Ciò è fondamentale, diversamente non vi può essere dialogo. Perché se una delle diverse generazioni “al tavolo” non è disposta ad un sano confronto non è possibile smuovere gli equilibri esistenti. E l’equilibrio aziendale e professionale resta sempre quello. Un equilibrio che porterà però inevitabilmente ad un disequilibrio già nel breve termine data la veloce e imprevedibile evoluzione del nostro contesto economico e sociale. Con un’evoluzione che non può essere rifiutata. Pena la chiusura di aziende e studi professionali.

Chi sta meglio tra aziende e studi professionali?

Non vi è dubbio che siano gli studi professionali ad arrancare nel confronto con il mondo aziendale. Lo si è visto creando un parallelo ideale fra la ricerca condotta nel 2016 da Assolombarda sui passaggi generazionali nelle aziende e le dinamiche a livello professionale. Negli studi infatti vi è una forte ritrosia a portare avanti processi di passaggio generazionale. Una ritrosia superiore rispetto al mondo aziendale. L’assenza di piani di carriera per i più giovani e lo scoglio del prezzo di ingresso da far pagare ai giovani collaboratori. Queste le due criticità evidenziate nel corso del convegno

Piani di Carriera. Spesso negli studi professionali manca trasparenza e manca una reale volontà di tracciare un percorso carrierale (che può sfociare o meno nella partnership nella compagine sociale) per i più giovani. Per preservare lo status quo.

Prezzo di ingresso. I giovani trovano difficoltà a farsi finanziare per l’acquisto delle abitazioni. Figuriamoci per acquisire un 1-5% degli studi professionali. In un mondo professionale in cui i Baby Boomers vogliono il prezzo per l’ingresso nello studio senza dilazioni (e magari con un pacchetto di clientela con una soglia minima di fatturato) non vi può essere dialogo.  I giovani non hanno risorse finanziarie perché hanno studiato e svolto il praticantato. Né hanno propria clientela perché hanno lavorato per gli studi professionali rinunciando a “uscire” con il proprio brand. 

Quindi, per forza di cose, i “matrimoni” fra senior e più giovani salta. E a rimetterci è il fatturato dello studio in un’ottica di medio/lungo termine. Perché non essere chiari e definire sin dall’inizio le regole del gioco?

Perché non spostare il problema del prezzo di ingresso su un patto generazionale che preveda una ripartizione degli utili futuri dello studio con il riconoscimento di una data percentuale ai soci fondatori  per un certo numero n di anni?

Stp, rappresentano la soluzione?

L’evoluzione normativa che impone delle deliberazioni prese a maggioranza dai soci professionisti non risolve i problemi. Da un lato i soci di capitale. Dall’altro di soci senior (spesso Baby Boomers), con quote di maggioranza. Dall’altro i soci più giovani, con quote minoritarie. Una governance spesso appannaggio dei soli soci senior non risolve le dinamiche generazionali. Anzi, le inasprisce. Occorre forse più coraggio nel prevedere l’obbligo di inserimento delle nuove generazioni all’interno degli organi di gestione degli studi professionali. Solo così vi può essere una sana collaborazione. Solo così vi può essere il “nuovo” ad entrare negli studi professionali.
E’ un tema su cui tutti dovremmo riflettere.  

Andrea Cecchetto Dottore Commercialista in Vicenza