Bracconieri a processo dopo che il GIP del Tribunale di Trento ha riconosciuto le motivazioni con le quali le associazioni protezionistiche LAV e LEIDAA si erano opposte all’archiviazione del procedimento aperto a seguito del rinvenimento del cadavere dell’orsa F36, lunedì 9 febbraio al Tribunale di Trento si terrà l’udienza predibattimentale nella quale le associazioni ambientalistiche chiederanno di costituirsi parte civile contro i due cacciatori trentini rinviati a giudizio che dovranno rispondere per le condotte di bracconaggio e animalicidio.
«Finalmente, dopo avere evitato il rischio di archiviazione del procedimento, potrà essere fatta giustizia sull’uccisione di F36, vittima anche lei del clima d’odio creato ad arte dalla giunta Fugatti nei confronti degli orsi, noi ci costituiremo parte civile per dare ogni contributo possibile perché si giunga alla condanna dei responsabili della morte dell’orsa» dichiara Massimo Vitturi, responsabile Animali Selvatici della LAV.
Soddisfazione anche per il presidente di LEIDAA e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali, la deputata Michela Vittoria Brambilla, che cavalca la legge che porta il suo nome: «continueremo a dare battaglia nello spirito della Legge Brambilla che tutela tutti gli animali, esseri senzienti, in quanti portatori di diritti. Il tempo dell’impunità è finito».
L’orsa F36 era stata condannata a morte dal presidente della Provincia Maurizio Fugatti perché responsabile di avere semplicemente seguito due escursionisti senza alcun contatto. Grazie all’intervento dei protezionisti, il TAR Trentino annullò la condanna a morte, ma Fugatti si premurò di emettere immediatamente un nuovo atto per la cattura e la condanna all’ergastolo dell’orsa.
Successivamente, a settembre 2023 il cadavere di F36 venne rinvenuto in val Bondone. Le conseguenti indagini dei forestali trentini avevano permesso di appurare che l’orsa era stata verosimilmente uccisa da un proiettile esploso da un fucile a canna rigata che aveva sparato da un appostamento di caccia che si trovava a circa 600 metri di distanza, indirizzando subito le indagini verso quattro cacciatori, i cui cellulari e le denunce di uscita per caccia, confermavano la loro presenza in quella zona proprio il 24 settembre 2023, data della morte dell’orsa. Le analisi compiute dall’Istituto zooprofilattico delle Venezie avevano infine permesso di rinvenire tracce di piombo sul corpo dell’animale, confermando così il fatto che F36 era stata uccisa da mano umana.
I protezionisti hanno seguito la vicenda con la denuncia del fatto e l’opposizione all’archiviazione decisa dal pubblico ministero, sventata grazie alle circostanziate opposizione delle associazioni, tanto che il GIP del Tribunale di Trento accogliendola ha chiesto al PM di formulare l’imputazione a carico dei due cacciatori che ora andranno sul banco degli imputati anche perché secondo le ipotesi investigative l’uccisione era stata posta «in essere senza alcuno stato di necessità come le evidenze della posizione dimostravano che l’animale non doveva trovarsi nella posizione di attacco».
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