L’accordo sottoscritto dalla regione del Veneto con il consorzio concessionario della Superstrada Pedemontana Veneta sembra un pozzo senza fondo, una cornucopia all’incontrario che invece di inondare di entrate il bilancio della regione Veneto, contribuisce a svuotarlo, secondo la denuncia del capogruppo Pd in Consiglio regionale, Giovanni Manildo.
«Il piano per la creazione di un polo autostradale integrato nella macroregione NordEst, caldeggiato da Matteo Salvini e Alberto Stefani, sembra un tentativo di mascherare un’emergenza finanziaria senza precedenti – attacca Manildo -. L’operazione non punta all’efficienza, ma a reperire risorse per colmare il disavanzo strutturale della Superstrada Pedemontana Veneta (SPV), che rischia di trasformarsi in un’ipoteca perenne sulle casse regionali».
Secondo l’esponente Dem, «l’autonomia tanto declamata dalla Giunta si sta traducendo nella certezza, per i cittadini, di dover onorare le passività di terzi fino al 2059. L’analisi contabile è impietosa: nel 2024 il Veneto deve fronteggiare un ammanco di 54 milioni di euro derivante dalla scarsa affluenza sulla SPV, con volumi di traffico che non raggiungono i due terzi di quanto inizialmente stimato. Per arginare questa falla, si sta già attingendo agli utili di CAV, confermando l’ipotesi che la futura holding sia concepita come un “artificio di cosmesi finanziaria”, per diluire il peso economico di un’opera in perdita attraverso i proventi di tratte redditizie».
Per Manildo «è necessario un intervento strutturale che vada oltre il semplice rimpasto societario: è indispensabile una revisione radicale degli accordi contrattuali. L’atto aggiuntivo del 2017 ha infatti generato uno squilibrio inaccettabile, trasferendo la totalità del rischio d’impresa sul settore pubblico e garantendo al contempo rendite blindate ai partner privati, che beneficiano di interessi al 9% annuo».
Grazie all’accordo sottoscritto dall’ex presidente della regione, Luca Zaia, «i soci finanziatori vedono i propri profitti tutelati da clausole di ferro. Il percorso verso il gestore unico è inoltre minato da complessità legali e resistenze industriali. I colossi privati come il gruppo spagnolo Abertis, che controllano segmenti strategici dell’A4, non appaiono intenzionati a cedere le proprie concessioni senza indennizzi miliardari. A ciò si aggiungono le incongruenze tecniche legate alla natura della Pedemontana, che essendo classificata come superstrada e non come autostrada, presenta ostacoli normativi per un’integrazione immediata nello statuto di CAV. Siamo di fronte a un drenaggio di fondi pubblici travestito da riforma – conclude Manildo -, ribadendo un formale accesso agli atti per esaminare i documenti che rendono la Regione un erogatore automatico di risorse per i concessionari. La priorità resta fermare un sistema che ha visto il canone di disponibilità salire a 165 milioni di euro nel 2025, imponendo un sacrificio economico insostenibile alle prossime generazioni».
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