Il dibattito sulla sanità italiana e anche sullasanità trentina si concentra spesso su una contrapposizione semplificata: pubblico contro privato. Ma, come evidenziato anche dalla Fondazione Gimbe, il vero spartiacque oggi è un altro: la crescita di una sanità sempre più a pagamento, che non si limita più a rappresentare un’alternativa, ma affianca – e in parte sostituisce – quella universalistica sempre più teoricamente garantita ai cittadini dal Servizio sanitario nazionale.
La distinzione è fondamentale. Il privato accreditato è parte integrante del Servizio sanitario nazionale: strutture private che operano per conto del pubblico, con prestazioni pagate dallo Stato e accessibili con ticket pagato dai cittadini.
Diverso è il privato a pagamento, dove il cittadino paga interamente di tasca propria per evitare attese o ottenere prestazioni non disponibili in tempi adeguati o per essere seguito da uno specialista di fiducia.
Il problema della crescita decisa negli ultimi anni in Trentino della sanità privata a discapito di quella pubblica è un problema che nasce dall’incrocio di più fattori: sottofinanziamento relativo, carenza di personale e aumento della domanda legata all’invecchiamento della popolazione. Le liste d’attesa si allungano e, di conseguenza, cresce il ricorso diretto al privato. Non per scelta, ma per necessità.
Per il consigliere provinciale del Trentino, Eleonora Angeli (Gruppo Misto), «il caso del Trentino Alto Adige è emblematico perché mostra due modelli diversi alle prese con la stessa pressione. Nella Provincia autonoma di Trento si è scelto un approccio pragmatico, con un maggiore utilizzo del privato accreditato per assorbire la domanda. Nella Provincia autonoma di Bolzano, invece, si punta maggiormente sul rafforzamento del pubblico e su un uso più limitato del convenzionato. Strategie differenti, ma con un esito comune: la crescita del ricorso al privato a pagamento».
Ma, per Angeli, «c’è un dato che rende il caso trentino ancora più significativo. Secondo i dati Agenas, il Trentino è tra i territori con la più alta incidenza di prestazioni in libera professione (“intra moenia”), cioè quelle pagate direttamente dai cittadini. Nel 2024 le prestazioni in libera professione sono state oltre 88.000, con una quota che supera il 12% del totale, la più alta in Italia. In Alto Adige, al contrario, la quota è intorno al 2%. Non si tratta solo di numeri: è la fotografia di due modelli e di due effetti diversi sul sistema. Questo dimostra che la questione non si risolve semplicemente aumentando o riducendo il ruolo del privato accreditato».

«Il nodo è strutturale e riguarda la capacità complessiva del sistema di garantire tempi adeguati – sottolinea Angeli -. Quando questo non accade, si crea inevitabilmente una sanità a due velocità: chi può permetterselo accede subito, chi non può attende o rinuncia. Il confronto europeo aiuta a chiarire meglio il quadro. Paesi come la Danimarca e la Finlandia dimostrano che un sistema prevalentemente pubblico può funzionare con liste contenute, ma solo a determinate condizioni: finanziamento elevato, regole stringenti sui tempi di attesa e forte capacità organizzativa».
La lezione è chiara: non esiste un sistema con poche risorse e tempi brevi. Dove le liste di attesa sono contenute, lo sono perché qualcuno – lo Stato o il sistema assicurativo – paga per garantire l’accesso, evitando che il costo ricada direttamente sul cittadino.
Per Angeli «in questo contesto, la vera sfida per l’Italia non è scegliere tra pubblico e privato, ma preservare il principio di universalità. La crescita della spesa diretta delle famiglie non rappresenta più solo un rischio, ma una trasformazione già in atto: il sistema si sta progressivamente spostando da diritto garantito a servizio condizionato dalla capacità economica. Ed è proprio questa la posta in gioco. Non è più in discussione il perimetro del pubblico, ma la sua capacità concreta di restare davvero accessibile a tutti. E per farlo non serve una rivoluzione del modello sanitario, ma una correzione decisa delle sue criticità operative: tempi di accesso, organizzazione, disponibilità di personale e finanziamenti adeguati. Per il Trentino questo significa un passaggio preciso: non limitarsi a mantenere la qualità del sistema, ma ridurre in modo strutturale le liste d’attesa e contenere il ricorso alla libera professione quando diventa sostitutiva del pubblico». Evitando l’insorgere di casi di medici ospedalieri che con l’intra moenia finiscono con il raddoppiare – talvolta anche andando oltre il già alto stipendio pubblico da 120.000 euro annui -, evidenziando legittimi dubbi sull’effettivo impegno del sanitario sulla sua mansione principale.
Certo, oltre alla questione del finanziamento, rimane il problema del reperimento dei medici specializzati da assumere e qui torna ancora una volta in ballo la questione delle scelte politiche della provincia di Trento che ha puntato alla nascita di una facoltà di Medicina più che a partire dalle scuole di specializzazione. In Italia non c’è effettiva carenza di medici, visto che le università italiane ne sfornano a sufficienza ogni anno, ma di medici specializzati perché le borse per la specializzazione costituiscono la strozzatura per l’accesso alle corsie ospedaliere. Se si fosse puntato da subito nel lanciare scuole di specializzazione – magari agendo in collaborazione con l’Alto Adige nel ripartirsi gli ambiti d’intervento senza creare i soliti doppioni campanilistici in salsa autonomistica – negli ambiti dove la carenza è maggiore, si sarebbero potuti tagliare i tempi per la messa in corsia dei medici. Ma così con è stato e ora la politica è costretta ad arrabattarsi a causa della solita incapacità di programmazione – eclatante il caso della mancata sostituzione dei medici in via di pensionamento, evento ampiamente noto, programmabile e, conseguentemente, gestibile – e, soprattutto, di visione a medio termine.
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