C’è un modo diverso di parlare di diritto penale. Non partire solo dalle norme, dalle sentenze, dalle riforme o dalle emergenze punitive. Ma dalle parole. Dalla loro forza ordinatrice. Dalla loro capacità di tenere insieme pensiero giuridico, responsabilità pubblica e destino delle istituzioni.
È questa la cifra del convegno “Sei appunti per il diritto penale del nuovo millennio. Lezioni calviniane”, in programma all’Università degli Studi di Padova il 14 e 15 maggio 2026, tra Aula Nievo e Archivio Antico, con la direzione scientifica del prof. avvocato Riccardo Borsari. Un’ iniziativa patrocinata dall’Università di Padova, dal Dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e Studi internazionali e dall’Ordine degli Avvocati di Padova.
Il titolo richiama apertamente Italo Calvino e le sue celebri Lezioni americane, pensate come sei valori da consegnare al nuovo millennio. Ma qui il terreno non è la letteratura. È il diritto penale. E il parallelismo è potente: le categorie calviniane diventano strumenti per leggere le tensioni fondamentali della giustizia penale contemporanea.
La “leggerezza” non è superficialità, ma capacità di sottrarre il diritto penale al peso dell’eccesso punitivo, riportandolo alla misura della legalità. L’“esattezza” diventa tipicità, cioè precisione della fattispecie, prevedibilità della regola, controllo del linguaggio normativo. La “rapidità” entra nel processo, dove il tempo non è soltanto durata, ma garanzia, efficienza, ragionevole equilibrio tra accertamento e tutela. La “molteplicità” si riflette nella pena, sempre più chiamata a misurarsi con funzioni, destinatari, percorsi e modelli sanzionatori differenziati. La “visibilità” riguarda la politica criminale, oggi esposta allo sguardo pubblico, alla pressione mediatica e alla tentazione simbolica. Infine, “cominciare e finire” porta al metodo: come si costruisce un ragionamento giuridico, come si apre un problema, come lo si chiude senza tradire la complessità.
Il convegno si apre giovedì 14 maggio, in Aula Nievo, sotto la presidenza del prof. Vincenzo Militello dell’Università degli Studi di Palermo. Dopo i saluti istituzionali della Magnifica Rettrice Daniela Mapelli e del prof. Sergio Gerotto, Direttore del Dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e Studi internazionali, sarà il prof. Sergio Bozzola dell’Università di Padova a introdurre il cuore culturale dell’iniziativa con un intervento dedicato a “Le Lezioni americane”.
Da lì il percorso entra subito nella materia penale. La prima parola è “molteplicità”, accostata al tema della pena. A confrontarsi saranno il prof. Roberto Bartoli dell’Università degli Studi di Firenze e la prof.ssa Valeria Torre dell’Università degli Studi di Foggia. Una coppia tematica che suggerisce una domanda fondamentale: può ancora esistere una pena pensata in modo monolitico, in un sistema attraversato da pluralità di funzioni, nuove vulnerabilità, percorsi riparativi, esigenze di prevenzione e tensioni costituzionali?
Nel tardo pomeriggio sarà la volta di “visibilità” e politica criminale, con gli interventi del prof. Marco Pelissero dell’Università degli Studi di Torino e del prof. Carlo Sotis dell’Università degli Studi della Tuscia. Qui il tema si fa particolarmente attuale: la politica criminale vive sempre più nello spazio pubblico, spesso sotto il riflettore dell’urgenza, dell’allarme sociale e della comunicazione immediata. La visibilità, in questa prospettiva, può essere trasparenza democratica, ma anche rischio di semplificazione punitiva.
La seconda giornata, venerdì 15 maggio, si svolgerà nell’Archivio Antico. A presiedere la sessione del mattino sarà il prof. Sergio Seminara dell’Università degli Studi di Pavia. Si partirà da “leggerezza” e legalità, con il prof. Francesco Palazzo dell’Università degli Studi di Firenze e il prof. Adolfo Scalfati dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Presidente dell’Associazione tra gli Studiosi del Processo Penale. È forse uno degli snodi più intensi del programma: la legalità come argine, ma anche come forma di intelligenza del limite. In un tempo in cui il diritto penale è spesso invocato come risposta immediata a ogni frattura sociale, la leggerezza calviniana può suggerire una legalità meno gravata dall’enfasi emergenziale e più fedele alla propria funzione garantistica.
Segue “esattezza” e tipicità, con la prof.ssa Antonella Massaro dell’Università degli Studi Roma Tre e il prof. Michele Cortelazzo dell’Università degli Studi di Padova, Accademico ordinario dell’Accademia della Crusca. Qui il dialogo tra diritto penale e linguistica diventa decisivo. La tipicità non è solo una categoria tecnica: è anche una questione di lingua, di chiarezza, di precisione semantica. Nel penale, una parola imprecisa non è mai innocua: può dilatare il potere punitivo, indebolire la prevedibilità, rendere più fragile il rapporto tra cittadino e norma.
La mattinata proseguirà con “rapidità” e processo, affidata al prof. Gian Luigi Gatta dell’Università degli Studi di Milano Statale, Presidente dell’Associazione italiana dei Professori di diritto penale, e alla cons. Matilde Brancaccio, Vice Segretario Generale della Corte di Cassazione. Rapidità, in ambito processuale, non significa solo velocità. Significa qualità del tempo giudiziario. Un processo troppo lento può negare giustizia; un processo troppo accelerato può comprimere garanzie. La questione, allora, è trovare una misura costituzionale del tempo.
Nel pomeriggio, sotto la presidenza del prof. Giuseppe Zaccaria dell’Università degli Studi di Padova e dell’Accademia Nazionale dei Lincei, il convegno si chiuderà con una sessione ampia dedicata a “cominciare e finire” e al metodo. Interverranno il prof. Gabrio Forti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Accademia Nazionale dei Lincei, il prof. Marco Cian dell’Università degli Studi di Padova, il prof. Pasquale Femia dell’Università degli Studi di Salerno, il prof. Vittorio Domenichelli dell’Università degli Studi di Padova e il prof. Gianguido Dall’Agata dell’Università degli Studi di Padova.
È una chiusura che sembra voler riportare tutto al punto più esigente: il metodo del giurista. Perché il diritto penale del nuovo millennio non si misura soltanto sulla quantità delle riforme, ma sulla qualità del pensiero che le interpreta. Cominciare significa impostare correttamente una questione, scegliere le categorie adeguate, riconoscere i limiti del potere punitivo. Finire significa assumersi la responsabilità della decisione, della qualificazione, della conseguenza.
In questo senso, le “Lezioni calviniane” padovane non sono un esercizio di stile. Sono una proposta culturale. Prendere Calvino sul serio significa chiedersi quali parole possano ancora salvare il diritto dalla confusione, dall’urgenza, dalla perdita di misura. E significa riconoscere che il diritto penale, più di altri settori, ha bisogno di precisione, tempo, metodo, visibilità controllata, pluralità interpretativa e leggerezza nel senso più alto: non evasione dalla realtà, ma capacità di guardarla senza esserne schiacciati.
Il convegno potrà essere seguito anche da remoto, previa iscrizione, con link dedicati per le due giornate: Giovedì 14 maggio: https://unipd.link/14mag26 e Venerdì 15 maggio: https://unipd.link/15mag26
Massimo Casagrande





























