Siccità, Italia spaccata a metà con il fiume Po già in secca e rischio irrigazione

Anbi «è allarme rosso al nord, mentre al Sud la situazione è migliore. Manca un piano per l’accumulo dell’acqua a scopi irrigui e potabili».

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Il grave stato di scarsità di portata del fiume Po al ponte della Becca.

L’Italia si trova di fronte a un quadro idrico profondamente diviso, segnato da una siccità anticipata al Nord e riserve abbondanti al Mezzogiorno. Secondo l’Anbi, l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazione, i dati sono preoccupanti mettendo in luce le fragilità strutturali italiane. Mentre il Sud esce da un biennio di siccità grazie ai cicloni dei primi quattro mesi 2026, il Settentrione è sull’orlo di una crisi idrica.

I numeri delineano un Nord in forte affanno: in Piemonte le riserve sono inferiori del 42,5% rispetto all’anno scorso, mentre in Lombardia la riserva nivale al 31 maggio segna un -69% rispetto alla media storica. Situazioni critiche si registrano anche in Emilia Romagna, con un bilancio idrologico negativo del 23%, in Veneto (-39% di pioggia cumulata) e in Trentino Alto Adige.

L’allarme rosso si concentra sul bacino del Po. La portata del fiume è crollata in pochi giorni da 1.000 a 300 metri cubi al secondo, ben al di sotto della soglia critica di 450 necessaria per impedire l’intrusione del mare. «Il cuneo salino sta risalendo per chilometri all’interno del Delta del Po, provocando la sospensione dell’irrigazione», avverte l’Anbi. Se la situazione non cambia, è prevedibile la contaminazione delle falde per l’acqua potabile, riproponendo lo scenario emergenziale vissuto nel 2022.

Se questa è la grave situazione registrata alla foce del più importante fiume italiano, secondo Anbi, entro breve potrebbero esserci anche conseguenze sugli approvvigionamenti potabili, più a monte tornano a comparire grandi isole sabbiose (come nel 2022) ed i principali corsi d’acqua sono tutti in sofferenza (Adige in Veneto, Dora Baltea in Valle d’Aosta, Tanaro in Piemonte, ad esempio) o addirittura sotto la soglia del Minimo Deflusso Vitale (Ombrone, in Toscana). A reggere sono i livelli dei Grandi Laghi, tutti comunque sotto media e, ad eccezione del bacino del Garda, in rapida picchiata. Questa “linea di resistenza idrica” denota l’importanza dei serbatoi, la cui insufficiente dotazione obbliga gli agricoltori a vivere le prossime settimane, determinanti per i raccolti, con il naso all’insù, sperando nella pioggia.

Il Mezzogiorno vive una fase di inaspettata sovrabbondanza. Gli invasi segnano dati positivi ovunque: +60% in Puglia, +65% in Sicilia, +59% in Basilicata e +42% in Sardegna. Ottimi livelli si registrano anche in Calabria, Campania e Abruzzo. «Un Sud che l’anno scorso piangeva sangue senza acqua, con le giuste quantità di pioggia oggi riesce a garantire quella produzione agricola che significa reddito per le nostre imprese», spiega Francesco Vincenzi, presidente di Anbi.

A complicare lo scenario è la crescita esponenziale dei fenomeni meteorologici estremi, aumentati del 40% in un anno. Tra il 1° gennaio e il 20 giugno 2026, 1.029 località italiane sono state colpite da eventi distruttivi. I casi di grandine grossa sono più che raddoppiati, passando dai 236 del 2025 ai 584 del 2026, mentre i tornado sono saliti a 80.

«Il periodo tra novembre 2025 e giugno 2026 è caratterizzato da una marcata anomalia climatica, con temperature insolite e perturbazioni violente», sottolineano i dati. Massimo Crespi, presidente dell’Hub europeo sugli scenari climatici, avverte: «il vecchio anticiclone delle Azzorre sta per essere scalzato dall’anticiclone africano, portando riscaldamento strutturale nei prossimi vent’anni».

«Basta gestire l’acqua in emergenza quando il danno è già stato fatto» dichiara con amarezza Massimo Gargano, direttore generale di Anbi. L’associazione punta il dito contro l’incapacità dell’Italia di trattenere le risorse idriche: «la Spagna raccoglie il 40% dell’acqua che cade, l’Italia l’11%». L’Anbi ha presentato 7,3 miliardi di euro di progetti esecutivi pronti a diventare cantieri.

«I nostri 231.000 chilometri di canali sono un’infrastruttura strategica, al pari di porti e ferrovie. Se non hai l’acqua non fai cibo», prosegue Gargano. Il tema si intreccia con quello energetico: «sull’energia c’è conflittualità perché gli energetici hanno bisogno di turbinare acqua, ma dal 2023 dovrebbe essere uscito un regolamento sul riutilizzo delle acque reflue. Parliamo di 9 miliardi di metri cubi d’acqua, potremmo riutilizzarne la metà» conclude Gargano.

In vista della nuova programmazione dei Fondi di coesione, la posizione di Vincenzi è chiara: «l’acqua è strategia, è un modello italiano per la sicurezza, la crescita e la pace. Il Pnrr non deve essere un punto di arrivo, ma di partenza. Non possiamo immaginare che le risorse vengano destinate oggi e utilizzate tra vent’anni, diventerebbe un’opera non più strategica».

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