Il tema della nuova legge elettorale agita perfino le questioni di genere, visto che la possibilità di reinserire le preferenze, al posto di quell’obbrobrio delle liste bloccate definite a tavolino dai vertici di partito solo con l’esclusivo criterio della fiducia assoluta e acritica al Capo, ha scatenato oltre alle prevedibili ritrosie dei partiti più piccoli che temono di perdere spazio con il superamento dei collegi uninominali sparititi a tavolino, anche quello delle rivendicazioni di genere, con tanti deputati femmina, in modo trasversale, che chiedono soprattutto a Fratelli d’Italia di mantenere invariato l’attuale sistema, specie quello che prevede almeno un 40% di quote “F” all’interno delle liste e dei listini.
Secondo “Patto per il Nord”, la riforma proposta da Fratelli d’Italia e dalla leader Giorgia Meloni – guarda caso un politico con il fattore “F” – è l’unica legge che questa legislatura avrà il merito di fare un passo avanti al Paese, specie in tema di rappresentatività e di qualità del personale politico, oltre che restituire agli elettori potere di scelta finora avocato a sé dalle segreterie di partito.
Ben vengano le preferenze e ben vengano candidati, maschi e femmine, che possano portare alla politica un reale apporto costruttivo e di qualità, che sappiano ergersi anche sopra i loro segretari di partito, che il Parlamento torni ad essere una fucina di statisti e non di politicanti schiacciabottioni che guardano solo alla loro indennità di mandato e poco altro. Senza steccati di genere, colore o di religione.
Tornando al fattore “F”, questo nella prova di ogni campagna elettorale si è rivelato solo un vincolo, spesso aggirato immettendo in lista una serie di candidati con il fattore “F” che come merito avevano l’essere moglie/compagna/amante/figlia di qualche altro esponente di partito o del segretario di turno, in molti casi del tutto avulsi dalla reale vita politica.
In pochi casi, per fortuna, il fattore “F” è stato determinante per migliorare i bilanci di famiglia, come nel caso di Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e in Parlamento da ben 15 anni alla modica spesa (per gli italiani) di 94.471 euro lordi all’anno, oltre alla diaria e ai rimborsi per mandato, che finiscono con il raddoppiare il costo – quasi quattro volte tanto di quei 24.890 euro lordi di media dichiarati dagli italiani nelle loro dichiarazioni – che ha pensato bene di paracadutare in un collegio sicuro pugliese la di lui moglie marchigiana Elisabetta Piccolotti, passata da un reddito di 5.081 euro, 423 al mese, a ben 22.000 euro lordi (comprensiva di indennità varie) al mese, quasi il reddito annuo di un operaio. Con la non banale differenza: che la lotta sul fattore “F” ha consentito alla famiglia Fratoiannez – quella che predica bene e poi razzola come una borghese altospendente qualsiasi – di raddoppiare le entrate visto che nei 60 mesi di legislatura che finirà nella primavera 2027 avranno portato a casa qualcosa come 2.640.000 euro, oltre ai circa 1.320.000 già incassati dal solo Fratoianni in tre legislature da parlamentare e ai circa 300.000 euro incassati nei tre anni da assessore regionale in Puglia. Non male come bilancio familiare per coloro che fanno della lotta di classe la loro bandiera, salvo saltare di classe sociale (ed economica) di gran botto quando se ne presenta l’occasione.
E della signora Piccolotti in Fratoianni non si registrano contributi di valore politico alla Repubblica, se si eccettua la sua famosa dichiarazione in aula alla Camera che lamentava l’orario di apertura della seduta alle 8,00, cosa che avrebbe comportato una levata dal letto due ore prima, con tanto di stress. Poverina, c’è da comprenderla per il sacrifico.
Se molti esponenti politici con fattore “F” temono soprattutto la perdita di una ricchissima indennità a fronte di un contributo spesso irrilevante alla società, tanto che molti manco frequentano con la dovuta assiduità l’attività parlamentare, “Patto per il Nord” vuole le preferenze per potere misurare nelle urne il reale afflato di candidati e partiti sulla reale volontà di difendere gli interessi del Nord, di tornare a mandare al Parlamento un partito – ed eletti – che faccia realmente il sindacalista politico, economico e sociale di quella parte del Paese che era il motore della Nazione, ormai trascurata ed impoverita.
Quanto al fattore “F”, non si tema: in presenza di candidati con quelle caratteristiche, “Patto per il Nord” saprà valorizzarli adeguatamente, anche in carenza di altre esperienze che finora hanno caratterizzato le loro fortune personali.
Paolo Grimoldi
Segretario federale “Patto per il Nord”
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