Crisi idrica, massima attenzione sul fiume Adige

Venturini: «massima attenzione sull’Adige». Il mare “bollente” azzera la produzione di cozze e vongole, mettendo a rischio il pesce azzurro.

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La crisi idrica si fa sempre più acuta nel Nord Italia e oltre al fiume Po finisce tra gli attenzionati anche il fiume Adige, con una portata sempre più ridotta e una risalita del cuneo salino alla foce sempre più forte.

L’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici dell’Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali si è riunito per fare il punto sull’andamento della risorsa idrica in Veneto. La situazione resta complessa, con alcuni corsi d’acqua che presentano condizioni di sofferenza, ma è costantemente monitorata dalla Regione, che sta coordinando gli interventi necessari sia per affrontare l’attuale fase di criticità sia per rafforzare la resilienza del territorio.

«La situazione richiede la massima attenzione – spiega l’assessore veneto all’Ambiente e al Clima, Elisa Venturini –. Alcuni dei principali fiumi veneti registrano condizioni critiche: il Livenza presenta attualmente un deficit del 55%, mentre resta delicata anche la situazione del Sile, con particolare riferimento all’impianto di desalinizzazione di Torre Caligo, infrastruttura strategica per l’approvvigionamento idrico del territorio di Jesolo».

Tra gli elementi osservati con maggiore attenzione vi è anche l’avanzata del cuneo salino, che dopo il Po sta interessando l’Adige. «Il fenomeno è arrivato fino a Cavanella d’Adige e viene costantemente monitorato, con particolare attenzione alle aree della provincia di Rovigo più esposte agli effetti della risalita dell’acqua salata». Nel corso della riunione è stato deciso il passaggio dal livello di severità idrica bassa a quello media, misura che comporta un ulteriore rafforzamento del monitoraggio e dell’attenzione nell’utilizzo della risorsa idrica da parte di tutti gli utilizzatori.

Le valutazioni tecniche condivise durante l’Osservatorio evidenziano come sia fondamentale mantenere sull’Adige una portata non inferiore a 140 metri cubi al secondo a Ponte San Lorenzo. Allo stesso tempo, i prelievi effettuati a valle dovranno garantire una portata di almeno 80 metri cubi al secondo a Boara Pisani, condizioni ritenute indispensabili per limitare l’avanzata del cuneo salino e assicurare il corretto funzionamento degli impianti di desalinizzazione.

«In quest’ottica il Veneto ha proposto un percorso di collaborazione con Trentino e Alto Adige e con tutti i soggetti coinvolti nella gestione della risorsa idrica. Le Province autonome hanno manifestato piena disponibilità a collaborare per garantire, attraverso una gestione coordinata dei rilasci dagli invasi montani, il mantenimento delle portate necessarie nei momenti più delicati», anche se le disponibilità accumulate nei bacini è limitata e l’aumento dei rilasci potrebbe ridurre l’autonomia dagli attuali tre settimane a meno di una decina di giorni.

Venturini ricorda come «la barriera anti-cuneo salino dell’Adige, che costa 42 milioni di euro, è già stata interamente finanziata: un’infrastruttura strategica che sarà messa a gara il prossimo anno, con l’apertura del cantiere prevista nel 2027 e la conclusione dei lavori nel 2029. Parallelamente stiamo portando avanti una strategia complessiva per rendere il Veneto più resiliente agli effetti dei cambiamenti climatici. Il Piano regionale dei nuovi invasi prevede 48 interventi per un valore complessivo di oltre 581 milioni di euro; sono inoltre in corso importanti investimenti per la riconversione dei sistemi irrigui dei Consorzi di Bonifica, con reti in pressione e sistemi di irrigazione di precisione che consentiranno un utilizzo molto più efficiente della risorsa idrica. Proseguono infine le attività progettuali per la barriera anti-sale alla foce del Po e per lo sbarramento alla foce del Brenta, opere fondamentali per proteggere l’agricoltura, le falde acquifere e l’approvvigionamento idrico del territorio».

La situazione non cambia sul fronte marino, dove l’acquacoltura di vongole e cozze è in crisi per il forte incremento della temperatura dell’acqua, secondo la denuncia di Coldiretti Pesca circa il surriscaldamento delle acque marine.

Nelle lagune del Delta del Po la temperatura dell’acqua ha ormai superato i 30 gradi, provocando una drammatica moria di cozze, vongole e altri organismi marini. Nella Sacca di Scardovari è stata sospesa già dalla fine di giugno la commercializzazione delle Cozze di Scardovari Dop dopo i primi segnali di sofferenza dei mitili, mentre nella Sacca di Goro il caldo ha trasformato la laguna in una vera e propriapentola“.

«Lo scarso ricambio idrico e la proliferazione di microalghe – spiega Coldiretti Pesca – hanno causato fenomeni di anossia con perdite fino al 90% delle vongole allevate, aggravando ulteriormente la crisi di un comparto già duramente colpito dall’invasione del granchio blu. A pesare sono anche i temporali che si alternano alla siccità e che fanno riversare improvvisamente grandi quantità di acqua dolce in mare. Cresce inoltre la preoccupazione lungo la costa marchigiana per il rischio di formazione della mucillagine favorita dalle elevate temperature del mare».

Gli effetti del surriscaldamento «si estendono però anche al pesce azzurro, patrimonio della pesca italiana, e alla produzione di mangimi. L’aumento della temperatura dell’acqua riduce infatti l’ossigeno disponibile – rileva Coldiretti Pesca -, altera la produzione di plancton di cui si nutrono sardine e acciughe, compromette la sopravvivenza delle larve durante la fase riproduttiva, oltre a colpire anche le specie destinate all’alimentazione degli allevamenti in acquacoltura. Ne derivano una minore crescita, una riduzione dell’abbondanza e uno spostamento degli stock, con ripercussioni dirette sulla produttività della pesca e sulla disponibilità di una delle principali risorse ittiche del Mediterraneo».

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