Permafrost “resiliente”: il primo report sul monitoraggio in Trentino

Studio su oltre 20 anni di studi in alta quota. Un patrimonio naturale a rischio, ma che può avere la capacità di rigenerarsi.

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Il permafrost, il terreno perennemente congelato che caratterizza molti versanti e creste rocciose di alta quota delle Alpi e del Trentino, sta cambiando rapidamente ed è oggi un osservato speciale. Una fotografia dettagliata è contenuta nel reportIl permafrost in Trentino”, il documento di 40 pagine che raccoglie i dati del monitoraggio effettuato nel 2025 e analizza serie storiche ultraventennali, realizzato dal Servizio Geologico del Trentino, in collaborazione con la rete scientifica composta da Fondazione Edmund Mach e dalle università di Padova e Pavia.

La presenza del permafrost sul territorio del Trentino è tutt’altro che trascurabile: copre 150 chilometri quadrati di superficie stimata in provincia, posta ad una quota che parte dai 2.400-2.800 metri, in base all’esposizione e alle caratteristiche microclimatiche, e si spinge fino alle vette più alte. Ci sono poi oltre 700rock glaciercatalogati, ovvero imponenti accumuli di detriti congelati, estesi per centinaia di metri, che si muovono lentamente lungo i versanti con velocità tra pochi centimetri ed alcuni metri all’anno. Il loro monitoraggio è di fondamentale importanza per osservare l’evoluzione della dinamica di queste forme in relazione al variare delle condizioni climatiche e per tenere sotto controllo eventuali accelerazioni che potrebbero creare problematiche di dissesto.

Il permafrost è un patrimonio naturale esposto alle criticità climatiche, in particolare alle elevate temperature che ne possono accelerare la degradazione e la progressiva scomparsa. Questo comporta due rilevanti problemi per l’ambiente alpino. La criticità idrica, per il fatto il ghiaccio contenuto nel permafrost rappresenta una riserva d’acqua strategica ma ancora poco conosciuta. La sua fusione rischia di compromettere la disponibilità e la qualità delle risorse idriche d’alta quota. E l’instabilità idrogeologica, in quanto il permafrost funge da vero e proprio “collante” per le pareti rocciose e i versanti in quota. Quando si degrada, aumenta drasticamente il rischio di frane e colate detritiche, oltre a compromettere le infrastrutture in quota, come le stazioni di arrivo delle funivie o i tralicci di supporto e delle linee elettriche.

Riguardo al tema idrico dallo studio emergono anche elementi positivi. I monitoraggi hanno ad esempio dimostrato come le sorgenti alimentate da acque derivanti dalla degradazione del permafrost, in particolare quelle poste sulla superficie dei “rock glacier” che contengono ghiaccio, sono più resilienti nei confronti di situazioni di carenza di precipitazioni (ovviamente lo possono essere fin che c’è ghiaccio all’interno del terreno). La prospettiva per i monitoraggi futuri è anche di indagare se le condizioni di permafrost (temperature costantemente sotto zero) permettono al ghiaccio anche di riformarsi, oltre che di mantenersi.

I ricercatori hanno svolto misurazioni e indagini che si concentrano sui principali gruppi montuosi del Trentino (Adamello-Presanella, Ortles-Cevedale, Dolomiti e Lagorai) unendo tecnologie tradizionali e d’avanguardia: monitoraggio della temperatura del suolo (in superficie e profondità) e delle variabili climatiche, misurazione dei movimenti dei rock glacier e analisi geofisiche, campionamenti della qualità delle acque, assieme a rilievi da remoto tramite droni e telerilevamento satellitare.

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