Con la stagione turistica italiana 2026 che si avvia a segnare nuovi record sostenuti solo dal maggiore afflusso estero a fronte di milioni di italiani che sono rimasti a casa per via delle ridotte disponibilità economiche iniziano i primi bilanci.
Per Michele Boldrin, consigliere comunale di Venezia e segretario nazionale di Ora!, «metà degli italiani adulti non farà quest’anno una vacanza di almeno una settimana. Secondo l’indagine Facile.it/EMG, 6,7 milioni di persone non partiranno affatto e per 4,4 milioni di esse (due terzi) la ragione è esclusivamente economica. La rilevazione Ipsos sull’estate 2026 conferma il quadro dal lato opposto: fra chi non parte il 54% indica motivi economici, dieci punti in più dell’anno scorso, e il 47% di chi parte ha tagliato il budget rispetto al 2025. Chi va in vacanza sta via meno giorni e va meno lontano: le permanenze di quattro-tredici notti scendono dal 45% del 2024 al 39%, oltre due settimane resta un’abitudine del 14%, e il 62% non esce dai confini nazionali».
Secondo Boldrin si sta assistendo a un «declino economico italiano. Non un problema di ombrelloni cari, ma piuttosto è un problema di redditi fermi. Le retribuzioni lorde italiane sono oggi, in termini reali, del 6,6% inferiori a quelle del 1990 (Ufficio parlamentare di bilancio). La produttività è ferma da un quarto di secolo e in vari comparti è arretrata. Quando la produttività non cresce, i salari non crescono; quando i salari non crescono, una settimana al mare diventa un lusso».
Ma per Boldrin «va detto anche il resto, perché la verità serve più della propaganda: il settore turistico italiano convive con ampie zone grigie e irregolari, salari bassi, orari pesanti e concessioni pubbliche assegnate senza gara e pagate una frazione del loro valore. È un settore che estrae rendita più di quanto crei valore, e i cui prezzi crescono più della qualità del servizio. Il risultato è il paradosso di quest’estate: lavoratori pagati poco per servire clienti che non possono permettersi il servizio».
Una situazione che arriva da lontano: «da vent’anni la politica italiana risponde a tutto questo con bonus, mance e sussidi a debito – spiega Boldrin -. Nessuno di questi strumenti aiuta realmente le famiglie, perché nessuno di essi tocca la causa. La causa è strutturale: un fisco che colpisce chi lavora e produce, mentre risparmia chi possiede rendite, una spesa pubblica catturata da gruppi a bassa produttività e alta capacità di pressione elettorale, mercati protetti dalla concorrenza, una giustizia lenta che scoraggia l’investimento, una scuola e un’università che non producono il capitale umano richiesto dalle tecnologie di questo secolo, un debito al 135% del PIL che assorbe in interessi risorse sottratte a tutto il resto».
Perciò, secondo Boldrin, «chi vuole restituire agli italiani la possibilità di andare in vacanza deve occuparsi di questo. Tagliare la spesa improduttiva e usare ogni euro risparmiato per ridurre in modo permanente il prelievo su lavoro e impresa. Mettere a gara le concessioni pubbliche e incassarne il valore reale. Aprire alla concorrenza i mercati protetti. Riformare la giustizia civile e la pubblica amministrazione perché investire in Italia smetta di essere un atto di fede. Rifare scuola e università su autonomia, valutazione e merito. Portare la responsabilità di entrata e di spesa sullo stesso livello di governo, con un federalismo fiscale serio che premi chi amministra bene. E costruire un mercato dell’energia senza preconcetti ideologici né sussidi, nucleare incluso. Non proponiamo un bonus vacanze – precisa -, ma proponiamo di rimuovere le ragioni per cui gli italiani non se le possono più permettere. Sono ragioni interne, non colpa dell’Europa, dell’immigrazione o dell’intelligenza artificiale, e per questo sono alla nostra portata: dipendono da scelte politiche che si possono cambiare. Un paese che cresce è un paese i cui cittadini possono anche permettersi una settimana o due di vacanze. Da trent’anni l’Italia non cresce e ogni estate lo conferma con una precisione che nessun indicatore statistico rende altrettanto bene».
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