Contro il divieto di apertura degli impianti sciistici mobilitate le regioni del Nord Italia

Confcommercio Trentino, Confindustria Veneto, gli assessori al turismo chiedono certezza per le riaperture o indennizzi certi per un settore che vale 24 miliardi. La Ue non può imporre chiusure unitarie.

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Il futuro dell’economia turistica delle regioni alpine italiane si fa più fosco dinanzi alla decisione da parte del governo BisConte di mantenere il divieto di apertura degli impianti sciistici e dinanzi alla impossibilità da parte dell’Unione Europea di adottare una politica comune tra le regioni alpine circa l’apertura o la chiusura degli impianti per evitare l’insorgenza di fenomeni di concorrenza sleale tra regioni confinanti.

Anche se la tutela della salute è primaria, per il presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro, «gli impianti sciistici sono il cuore pulsante dell’economia turistica della montagna». È fondamentale evitare che le regioni alpine dei vicini paesi europei tengano aperto, aggravando la situazione facendo concorrenza sleale – dice Carraro -. Sappiamo già che l’Austria, ad esempio, non chiuderà a meno che non si trovi un accordo “economico” soddisfacente a livello di Unione Europea». 

«Le aziende funiviarie stanno già subendo pesanti conseguenze da questo clima di incertezza. – aggiunge Lorraine Berton, presidente Confindustria Belluno Dolomiti – È indispensabile agire subito per individuare possibili interventi così come definiti da ANEF».

Per Confcommercio Trentino, il presidente Gianni Bort chiede che «vengano assunte scelte in modo estremamente responsabile e ponderato, considerando in maniera realistica e accurata l’impatto che far saltare o anche solo rinviare la stagione invernale provocherà sul Trentino. No alle chiusure indiscriminate, dunque, e si faccia un’analisi seria che salvaguardi le imprese. Non è solo una questione limitata alle piste: lo sci per il Trentino significa alberghi, bar, ristoranti, negozi, grossisti, servizi. È ormai acclarato che il turismo in Trentino valga un 20% del PIL. Noi crediamo sia una stima al ribasso, perché in realtà la presenza turistica pesa probabilmente molto di più. E, notoriamente, quella invernale è la stagione più consistente, rispetto all’estate. Chiudere gli impianti significa far chiudere per sempre centinaia di imprese, con un effetto a cascata incalcolabile sull’intera economia provinciale».

Da parte loro, gli assessori delle regioni alpine continuano la loro azione di pressione sul governo BisConte, chiedendo un incontro con il ministro alle Finanze, Roberto Gualtieri, per sapere se ci sono i 20 miliardi che servirebbero per coprire i danni per le mancate aperture degli impianti invernali.

«Una perdita di indotto pari a 20 miliardi – una cifra vicina all’1% del PIL nazionale – questo il danno che la montagna legata all’industria dello sci sarà costretta a subire senza l’avvio della stagione invernale – scrivono in una nota gli assessori di Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Alto Adige, Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia -. Non è corretto parlare di “solo sci”, attorno alla stagione invernale abbiamo intere economie di montagna e alcune centinaia di migliaia di posti di lavoro, perlopiù stagionali. Agli impianti sciistici bisogna aggiungere i noleggi, le scuole di sci, i ristoranti, i rifugi, gli alberghi, i bar, i negozi e tutte le altre attività economiche legate, dall’artigianato alla filiera alimentare, senza dimenticare il settore dei traporti privati, dei servizi, della moda, dei carburanti e così via».

«L’Unione europea non ha competenza per lo sci, non vuole e non può vietare nulla. I governi e i Parlamenti nazionali e regionali decidono autonomamente cosa indicare in termini di politica sanitaria in merito allo sci – tronca di netto Martin Selmayr, rappresentante della Commissione europea a Vienna ed ex segretario generale della Commissione con Juncker -. I 27 Stati membri dell’Ue stanno lavorando insieme alle istituzioni dell’Unione per contenere la pandemia il più rapidamente possibile attraverso misure coordinate e per ridurre in modo decisivo il numero di infezioni nell’attuale seconda ondata. Tuttavia – prosegue la nota – ogni Stato membro decide autonomamente il giusto equilibrio tra libertà e restrizioni necessarie per la politica sanitaria. Che si tratti di chiusure di ristoranti e di scuole oppure restrizioni allo sport o al turismo. Tutto questo, ai sensi del diritto dell’Ue, è responsabilità dei governi e dei parlamenti nazionali». 

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