Nel 2020 crollo verticale di presenze turistiche e di fatturati

Secondo l’Istat presenze dimezzate in primi 9 mesi 2020 con il tracollo degli stranieri.

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settore turistico

Crollo verticale di presenze turistiche in Italia nei primi 9 mesi del 2020, con i turisti stranieri che flettono del 68,6%. Sono le cifre del tracollo del turismo che emergono dalla rilevazione Istat. La categoria delle grandi città, 12 comuni con più di 250.000 abitanti, che nel 2019 aveva registrato circa un quinto delle presenze dell’intero territorio nazionale, è quella che soffre maggiormente la riduzione della domanda rispetto all’anno precedente, con una flessione delle presenze nei primi 9 mesi del 2020 pari al –73,2% e un andamento peggiore rispetto alla media nazionale (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019).

Guardando al solo periodo estivo (luglio-settembre), l’Istat rileva una discesa delle presenze turistiche del 34%, 74 milioni di arrivi in meno. Il calo è dovuto soprattutto ai pochi arrivi dall’estero, diminuiti del 60%. Praticamente spariti gli statunitensi: –95% rispetto all’estate 2019. Ha tenuto la clientela tedesca calata comunque di un terzo. Minore la flessione di turisti italiani che sono stati il 14% in meno. 

Il crollo più pesante delle presenze turistiche è per il settore dei viaggi di lavoro che nel 2020 sono in discesa di quasi il 60%, mentre quelli per vacanza diminuiscono del 23%. Dati che coi recenti confinamenti fanno temere ancor di più, con l’Istat che parla di forte rischio per la stagione invernale per la diminuzione della domanda e per i cambiamenti nella scelta delle destinazioni, del tipo di alloggio e della durata del soggiorno. Tutti aspetti che fanno presumere un forte impatto sulla composizione e la distribuzione della spesa turistica per l’anno in corso. 

«Se si guarda al 2019 – spiega l’Istat – il tipo di alloggio influisce in misura rilevante sulla spesa complessiva delle vacanze, sia in Italia sia all’estero. Nel 2019, si stima che la spesa media per una vacanza trascorsa pernottando negli esercizi alberghieri (pari a 568 euro) sia stata superiore di circa il 39% a quella sostenuta per gli esercizi extra-alberghieri (409 euro) e la maggiore sofferenza mostrata dai primi in termini di volumi fa presagire un calo ancora più ampio della spesa sostenuta dalle famiglie per il turismo». 

«Siamo sconcertati dal silenzio delle istituzioni e dei media rispetto al dramma che sta vivendo il settore alberghiero in queste settimane. La chiusura di Natale, il rischio, purtroppo concreto, dello slittamento ulteriore della riapertura degli impianti in montagna, rendono al crisi del settore sempre più grave e profonda e per molti irreversibile. Mancano gli aiuti per salvare il settore – afferma Maria Carmela Colaiacovo, vice presidente di Confindustria Alberghi -. Questo anche perché malgrado le richieste continue e pressanti rivolte alle istituzioni, ancora oggi, non sono stati disposti aiuti e “ristori” adeguati per il settore alberghiero, a differenza di quanto accade negli altri paesi europei dove alle aziende sono messi a disposizione fondi a copertura delle effettive perdite di fatturato». 

Per Colaiacovo «nei mesi scorsi a fronte di una perdita superiore all’80% del fatturato, i più fortunati hanno ricevuto poche decine di migliaia di euro, in percentuale alle sole perdite registrate nel mese di aprile. Le poche misure più consistenti, rischiano di essere inapplicabili, condizionate dal complesso percorso a Bruxelles degli aiuti di stato».

«Da marzo a dicembre mancheranno all’appello 78 milioni di arrivi e 240 milioni di presenze turistiche tra italiani in vacanza in Italia e stranieri. Ma a questi bisogna sommare anche tutta la parte delle uscite all’estero perché registriamo anche 36 milioni in meno di italiani che non andati all’estero e avrebbero comunque lasciato nulla della loro spesa in Italia – dice Alberto Corti, responsabile Confturismo Confcommercio -. Possiamo dire che questa crisi del Covid per il sistema turismo e per i più immediati settori collegati costa 100 miliardi di valore della produzione in meno (nel 2019 valeva 190 miliardi)».

Per Corti «mai come quest’anno abbiamo scoperto che collegati al 100% con il turismo ci sono elementi che non avevamo mai pensato: dagli agenti di commercio che fanno i promoter di servizi di tour operator, compagnie aree e ferroviarie alle scuole di lingua italiana per stranieri in Italia, dagli allestitori e i fioristi alle lavanderie industriali. E il futuro non cambierà: dobbiamo essere coscienti del fatto che abbiamo davanti almeno 6 mesi fortemente in linea con la crisi terribile del 2020».

Per la presidente di Federturismo Confindustria, Marina Lalli, «i dati dell’Istat confermano come il turismo sia il settore più duramente colpito dalla pandemia. E i vari Dpcm che si sono susseguiti con le ultime strette di fine anno hanno avuto un impatto devastante su tutta la filiera che non è stata finora supportata con misure adeguate. Gli 11 miliardi di cui parla il ministro Franceschini non li abbiamo visti e in ogni caso la situazione è talmente grave che, se anche fossero stati stanziati, non sarebbero comunque sufficienti a risollevare il comparto e a coprire le perdite subite. L’industria italiana del turismo è allo stremo, non ha più tempo di aspettare, urgono aiuti immediati».

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