Lo stato italiano si conferma cattivo pagatore

La crisi morde anche perché la pubblica amministrazione non paga i propri fornitori, a credito di 55,6 miliardi di euro. 

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stato italiano

Non c’è solo l’emergenza caro energia a mordere sulla crisi economica: c’è anche lo scandalo di uno Stato italiano che continua ad essere un cattivo pagatore dei propri fornitori, accumulando debiti per 55,6 miliardi che vanno a drenare preziosa liquidità dal sistema produttivo già provato dall’aumento dei costi operativi.

Fa specie denuncia l’Ufficio studi della Cgia, che nell’ultima campagna elettorale nessun partito abbia speso una parola contro una “storicacriticità nazionale, facendo finta di niente, come se il problema non esistesse. Invece, lo sanno bene le tantissime Pmi coinvolte, sussiste, eccome.

L’ammontare dei debiti commerciali di parte corrente del comparto pubblico ammonta, secondo le ultime stime, a 55,6 miliardi di euro. In buona sostanza, lo Stato centrale e le sue articolazioni periferiche continuano“colpevolmente” a non pagare i propri fornitori, costituiti prevalentemente da Pmi e, quando lo fanno, ciò avviene con grave ritardo rispetto ai tempi di pagamento previsti dalla legge. E quel che è peggio, può capitare che la pubblica amministrazione accetti condizioni di pagamento dei propri subfornitori in contrasto con il dettato normativo europeo dei pagamenti a 30 giorni.

In Italia le commesse pubbliche ai fornitori privati ammontano complessivamente a circa 150 miliardi di euro all’anno e il numero delle imprese fornitrici si aggira attorno a un milione. Per quanto concerne l’Indicatore di Tempestività dei Pagamenti (ITP) l’Ufficio studi della CGIA ha redatto una scheda dove ha elencato, per alcune delle più importanti amministrazioni pubbliche italiane, gli enti che nel 2021 hanno pagato i propri fornitori non rispettando le disposizioni di legge in materia di tempi di pagamento.

Tra i ministeri, quello meno reattivo a saldare le fatture ricevute è stato l’Interno con un ITP pari a +67,09: ciò vuol dire che il Viminale liquida i propri fornitori con oltre 2 mesi di ritardo rispetto alla scadenza prevista dal contratto. Seguono le Politiche agricole con +42,28 e la Difesa con +32,75. Tra le amministrazioni regionali, invece, i maggiori ritardi nel saldare i pagamenti si sono registrati in Abruzzo con 62 giorni oltre la scadenza contrattuale, in Basilicata con 39,57 e in Campania con un ritardo medio di 9,74 giorni. Tra i comuni, invece, la situazione più critica si è verificata a Napoli. Sempre l’anno scorso, l’amministrazione comunale del capoluogo regionale campano i giorni di ritardo nei pagamenti sono stati 228,15, a Lecce 63,18 e a Salerno 61,57.  Tra le Asl, infine, quella di Napoli 1 Centro ha pagato con un ritardo di 43,77 giorni, l’Usl Toscana Nord Ovest con 22,34 e la Napoli 2 Nord con 16,92

Il nuovo governo di centro destra è atteso ad un sostanziale cambio di passo per risolvere una situazione annosa dello stato italiano: per la Cgia la soluzione efficace si chiama compensazione diretta tra crediti certi, liquidi ed esigibili maturati da un’impresa nei confronti dello Stato con i debiti fiscali e contributivi che la stessa azienda deve onorare all’erario. Grazie a questo automatismo si risolverebbero un problema che il sistema produttivo subisce da decenni. Senza liquidità a disposizione, infatti, tanti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e in un momento così delicato per l’economia del Paese è inaccettabile che i debiti del comparto pubblico nei confronti degli imprenditori siano in costante crescita dal 2017

Tra i 27 Paesi dell’UE, sempre nel 2021 nessun altro presenta un risultato così negativo come lo stato italiano dove l’incidenza dei debiti commerciali del comparto pubblico sul Pil è stata del 3,1% contro, ad esempio, lo 0,8% della Spagna ol’1,4% della Francia.

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