Inflazione l’Istat ritocca al ribasso stime ottobre a +11,8%

L'inflazione acquisita per il 2022 è pari all'8%. Il NordEst rimane tra le zone più care del Paese. Allarme Confesercenti sul calo dei consumi. 

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L’Istat ritocca al ribasso le stime preliminari dell’inflazione del mese di ottobre fissando l’indicenazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ad un incrementodel 3,4% su base mensile e dell’11,8% su base annua (da +8,9% del mese precedente). La stima preliminare era +11,9% su base annua e +3,5% su base mensile. L’inflazione acquisita per il 2022 è pari a +8,0% per l’indice generale e a +3,7% per la componente di fondo.

In base ai dati resi noti dall’Istat sull’inflazione di ottobre delle regioni e dei capoluoghi di regione e comuni con più di 150.000 abitanti, l’Unione Nazionale Consumatori ha stilato la classifica delle città e delle regioni più care d’Italia, in termini di aumento del costo della vita.

In testa alla classifica delle città più care c’è Ravenna dove l’inflazione pari a +13,9%, la quarta più alta d’Italia, è la città più cara con una maggior spesa aggiuntiva, equivalente, in media, a 3.359 euro su base annua. Al secondo posto sempre una città dell’Emilia Romagna, Bologna, dove il rialzo dei prezzi del 13,2%, la sesta maggiore inflazione, determina un incremento di spesa annuo pari a 3.293 euro per una famiglia media. Al terzo posto Bolzano che perde il primato di città più rincarata d’Italia grazie al fatto che con +12,3% è “solo” all’11° posto per inflazione, con una spesa supplementare pari a 3.269 euro annui per una famiglia tipo. Al quarto posto Milano (+11,7%, +3.176 euro), poi Catania, che con +15,6% ha l’inflazione più alta d’Italia e una spesa di 3.097 euro, Modena (+12,8%, 3.093 euro), al settimo posto Trento (+11,7%, +3.062 euro). Seguono Perugia (+13,1%, +3.009 euro) e Brescia (+11,3% +2.980 euro). Chiude la classifica delle prime dieci Firenze, +12,7%, pari a 2.962 euro.

Secondo le elaborazioni fatte dall’Unione Nazionale Consumatori su dati Istat, la regione più cararisulta essere il Trentino che a fronte di un’inflazione annua a +11,9%, registra a famiglia un aggravio medio pari a 3.092 euro su base annua. Segue l’Emilia Romagna, dove la crescita dei prezzi del 12,5% implica un’impennata del costo della vita pari a 2.973 euro, terza l’Umbria, +12,7%, con un rincaro annuo di 2.869 euro. La regione con l’aggravio prezzi inferiore è la Basilicata, +9,3%, pari a 1.801 euro, seguita dalla Puglia (+12,2%, +1.975 euro). Medaglia di Bronzo per il Molise (+11,1%, +2.032 euro).

La lieve revisione al ribasso di Istat dell’indice dei prezzi, secondo Confesercenti, non cambia il quadro di questa fase, condizionato da un livello di inflazione che già ha iniziato a pesare e continuerà a pesare sugli acquisti delle famiglie, in particolare a Natale.

Le stime di Confesercenti valutano la spesa delle famiglie in calo di 2 miliardi nel 2022 e nel 2023 dovrebbe registrare un’ulteriore flessione di 4 punti decimali rispetto alla previsione di crescita del +1% contenuta nella Nadef, pari a 4,3 miliardi in meno. Nel 2024 la minore spesa rispetto alle previsioni del governo rischia di arrivare a 12 miliardi.

«Per ridare fiato ai consumi, semplifichiamo e riduciamo le procedure burocratiche dell’attuale regime dei “fringe benefits”, che ne rendono difficile l’utilizzo e la fruibilità da parte delle imprese, in particolare quelle di minori dimensioni. Dobbiamo trasformarli in una tredicesima bis, un trasferimento aggiuntivo nei confronti dei dipendenti – anche diretto in busta paga – cui sia applicata la stessa detassazione oggi prevista per i “fringe benefits” – prosegue Confesercenti -. Si tratterebbe di un intervento “una tantum” di tutela mirato alle famiglie presumibilmente più in difficoltà in questa fase, ma anche di una misura che favorisce la tenuta delle attività e lo sviluppo economico, visto che la liquidità in più si trasformerebbe praticamente tutta in consumi. Una misura di questo tipo, infatti genererebbe fino a circa 1.500 euro aggiuntivi per 5 milioni di lavoratori, per un totale di quasi 7,5 miliardi di maggior reddito disponibile, che andrebbe in gran parte in spesa (+5,6 miliardi di euro). L’onere netto sarebbe di circa 1 miliardo per l’erario, a fronte di 2,1 miliardi di imposte e contributi mancanti e degli 1,1 miliardi recuperati grazie alla spinta ai consumi. Un intervento del genere potrebbe anche essere recepito da accordi di natura sindacale».

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