Il tasso di sconto Ue sale al 3% e tra sei settimane al 3,5%

Decisione dellla Banca Centale Europea. Pesanti conseguenze per famiglie, imprese e pure il costo del debito pubblico italiano.

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La Banca centrale europea ha rialzato il tasso di sconto come previsto dello 0,50%, cui seguirà tra sei settimane un altro rialzo della medesima entità, portando il costo del denaro entro la fine dimarzo allo 3,5% nel tentativo di raffreddare l’inflazione che già di suo sta frenando sotto l’impulsodel forte calo delle quotazioni energetiche registrato nelleultime settimane che ha portato al taglio di oltre il 30% delle bollette.

L’aumento del tasso di sconto di 50 punti da parte della Bce comporterà un rialzo della rata di unmutuo medio (140.000 euro per un immobile dal valore di 200.000 euro) fra i 33 e i 43 euro al mese. Nel caso di tasso variabile a 10, 20 e 30 anni, l’importo della rata mensile per un mutuatario impiegato di 40 anni, sarebbe rispettivamente di 33, 36 e 39 euro a quota 1408, 891 e 636 euro. Nel caso invece di tasso fisso un nuovo mutuo fisso a 10 anni aumenterebbe la sua rata di 33 euro a 1424 euro, il 20 anni di 43 euro a 835 euro, il trentennale di 38 euro a 636 euro.

L’aumento dei tassi fa salire anche il rendimento che lo Stato deve riconoscere ai sottoscrittori di Bot, Btp, Cct. Secondo le stime dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), l’authority italiana dei conti pubblici, un aumento stabile del differenziale di 100 punti aumenta la spesa pubblica di 19 miliardi in tre anni: 2,5 miliardi nel 2023, 6,7 miliardi nel 2024, 10,1 miliardi nel 2025.

L’aumento del tasso di sconto al 3% corre il rischio di pregiudicare le prospettive di ripresa per il 2023 delineate recentemente da importanti istituzioni finanziarie anche internazionali. La rincorsa della Bce all’inflazione innalzando il costo del denaro, secondo il Centro studi di Unimpresa, potrebbe produrre alcuni effetti negativi sul ciclo economico, considerando soprattutto le maggiori difficoltàdi accesso al credito bancario da parte delle aziende e in particolare dalle piccole, medie imprese.

«Le decisioni di politica monetaria della Bce risultano sempre meno ragionevoli. È evidente che incidere sul costo del denaro non produce effetti positivi sui prezzi, in crescita perché c’è stata, e in parte è in atto, una forte speculazione sulle materie prime – commenta il presidente di Unimpresa,Giovanna Ferrara -. Ciò che appare singolare è la mancata volontà, da parte della Banca centrale, di modificare la sua linea, non adatta al quadro macroeconomico, sia interno all’area euro sia globale. Le decisioni di politica monetaria dovrebbero tener conto, in particolare, di quello che accade quotidianamente sui mercati finanziari e nelle economie reali e, pertanto, le scelte strategiche andrebbero adattate e modificate con maggiore velocità, tenendo conto di tutti i dati che, per fortuna, sono sempre più a disposizione di tutti i decisori politici».

Secondo il Centro studi di Unimpresa, tra i motivi che creerebbero disagi alle imprese italiane, c’è anzitutto la maggiore difficoltà di accesso al credito bancario e l’aumento dei tassi di interessesulle emissioni obbligazionarie. Le aziende italiane avrebbero enormi problemi di liquidità, con conseguenze negative sulle capacità di investimento e di incrementare la produzione.

L’economia italiana sta vivendo una fase senza dubbio incerta, ma allo stesso tempo più favorevole rispetto a grandi paesi come Francia e Germania. Se si guarda, in particolare, alla produzione industriale, rispetto al 2015, quella italiana è cresciuta del 5,2% (dato di settembre 2022), mentre quella della Francia ha perso il 2,3% e quella della Germania ha lasciato sul terreno il 4,5%.

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