Per salvare l’aeroporto (e i suoi debiti) di Bolzano, Durnwalder vuole imbarcare i Trentini al 30% della proprietà

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aeroporto bolzano pista 1Dal Trentino dubbi circa l’opportunità di entrare in un’avventura senza sbocchi, visto che già la presenza al “Catullo” di Verona è largamente deficitaria

Sul futuro dello scalo aeroportuale di Bolzano s’addensano nubi sempre più fosche, anche perché esso rientra tra i 18 a rischio nell’ambito della razionalizzazione voluta dal ministro Corrado Passera. Quello di Bolzano, assieme a quelli di Ancona, Aosta, Brescia, Comiso, Crotone, Cuneo, Foggia, Forlì, Lampedusa, Pantelleria, Parma, Perugia, Reggio Calabria, Rimini, Salerno e Taranto, rientra tra quegli scali che, secondo l’Enac, hanno una ridotta attività di movimentazione di merci e di persone. Su 47 aeroporti italiani, quello di Bolzano è al 41° posto per volumi di traffico nel 2011, con un andamento ancora più disastroso nel primo trimestre del 2012. Se la situazione non migliorerà, il rischio è che si chiudano definitivamente i rubinetti pubblici che, fino ad oggi, hanno tenuto in vita lo scalo altoatesino, con la conseguente chiusura dell’operatività, sempre che non vi siano dei privati disponibile ad investire direttamente per il suo sostentamento. Per allontanare lo spettro della chiusura, la giunta provinciale di Bolzano tenta la carta d’imbarcare nella compagine azionaria la “cugina” provincia di Trento, offrendole il 30% del pacchetto azionario oggi detenuto dalla provincia di Bolzano assieme ad altri soci pubblici minori.

Da tempo i presidenti delle due province, Luis Durnwalder e Lorenzo Dellai, stavano discutendo la questione, che ora assume forme decisamente concrete. La Provincia di Trento, infatti, potrebbe entrare nella società ABD che gestisce l’aeroporto di Bolzano. “Abbiamo offerto il 30% delle quote – ha spiegato Durnwalder – ora non resta che chiarire i dettagli economici e giuridici della vicenda”. Secondo il presidente altoatesino, l’operazione sarebbe reciprocamente vantaggiosa. “Lo scalo diventerebbe un vero e proprio aeroporto regionale – ha sottolineato – e la partecipazione diretta di Trento porterebbe sicuramente una crescita nel numero di passeggeri. Non solo, perché anche gli eventuali deficit di gestione avrebbero un impatto meno importante se suddivisi tra le due amministrazioni”. Proprio quest’aspetto sembra esser maggiormente a cuore del governatore altoatesino: ridurre le pesanti perdite di gestione del San Giacomo scaricandone in parte sul groppone della provincia di Trento. Un’offerta che puzza di bruciato, se si considera che la provincia di Trento è già pesantemente presente nell’azionariato dell’aeroporto “Catullo” di Verona, che genera non pochi problemi di gestione e di bilanci in rosso a causa di decisioni errate del recente passato (la provincia di Trento, seconda azionista con il 20% delle azioni dello scalo scaligero dovrà partecipare pro quota al ripiano dei 18 milioni di perdite prodotte). Per il Trentino, che ha sempre ritenuto il proprio “scalo naturale” il “Catullo”, imbarcarsi anche nell’avventura bolzanina nell’immediato significherebbe solo spendere tanto buon denaro (del quale c’è ampia penuria anche per la ricca Autonomia speciale trentina) per avere in cambio deficit milionari di gestione certi. Anche nella maggioranza di centro sinistra autonomista del governatore trentino ci si muove con i piedi di piombo, con il PD che dichiara “di non saperne nulla”, mentre dall’opposizione il capogruppo del PdL Walter Viola dice che “è opportuno evitare una nuova avventura in un aeroporto poco usato dai trentini”, giudizio rafforzato dal segretario leghista Maurizio Fugatti, secondo il quale “ci penserei molto bene a buttare risorse in una situazione finanziaria poco rassicurante, alla luce del fatto che Verona offre per i Trentini servizi decisamente migliori di Bolzano”. Contrari all’operazione su Bolzano è anche il sindacato, con la Uil trentina che afferma come “l’operazione sia solo uno spreco di denaro pubblico”.

Gli unici supporter dell’entrata dei trentini nello scalo bolzanino sembrano essere gli albergatori dell’Asat, che auspicano un incremento delle presenze turistiche da parte di stranieri sui laghi e sulle montagne del Trentino”. Ma a che prezzo per le casse pubbliche e per i contribuenti?