Il gruppo “The Yardbirds” in tournee a Tokio

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the yardbirds cotton club giappone
La storica band inglese è una delle più longeve del panorama rock internazionale

 

Di Giovanni Greto

 

the yardbirds cotton club giapponeThe Yardbirds, letteralmente “uccelli da cortile” o “gallinacci”, come ebbe a definirli Mike Bongiorno nel presentarli al Festival di Sanremo del 1966, uno dei più conosciuti nel pullulare di gruppi “British Rock” degli anni ’60, sorto nel 1963, scioltosi nel 1968 e riformatosi nel 1992, continua ad esibirsi dal vivo: collegandosi al suo website, si possono già conoscere le prime date nel 2017.

Della formazione originale, interamente inglese, è rimasto soltanto il batterista, a volte anche voce solista, Jim McCarty, presumibilmente almeno settantenne, che continua a percuotere con diligenza e, cosa assai importante, divertendosi, piatti e tamburi del drum set, dimostrando come la musica aiuti ad invecchiare bene. Accanto a lui quattro musicisti, anch’essi non ragazzini, tutti americani: John Idan, voce solista e chitarra d’accompagnamento, strumento che ha sostituito il basso elettrico, con il quale era entrato nella stagione 1992-’93 del nuovo corso; Johnny A, chitarra solista, da Boston, definito come “uno nato per suonare la chitarra”, nel gruppo dall’agosto del 2015; Kenny Aaronson, basso elettrico e Myke Scavone, dal New Jersey, armonica, voce e piccoli strumenti a percussione (bongos, tambourine, maracas), entrati ancora più di recente.

Sembrano tutti molto in sintonia tra di loro e, non ostante gli anni, non risentire di un lavoro piacevole ma faticoso e frequentemente notturno. Capigliature in stile “Sixties” – il bassista con le basette lunghe e sottili ricorda i protagonisti di “Frenzy”, uno degli ultimi film londinesi di Alfred Hitchcock -, capelli bianchi o moderatamente tinti, nel rispetto dell’immagine scelta dal singolo, hanno conquistato la platea di Tokyo in quattro giorni, tre al “Cotton Club”, il conclusivo al “Blue Note”.

Seguo il primo set del primo giorno in un locale che presenta diverse sedie e tavoli vuoti. In scaletta ci sono tredici pezzi più due bis, in gran parte del repertorio “antico”, con qualche inserimento più recente. Si comincia con “Heart full of soul”, uno dei pezzi forti del periodo nel quale militavano Jeff Beck e Jimmy Page, quest’ultimo dapprima al basso elettrico, i quali contribuirono a dare una nuova impronta ai gruppi beat dell’epoca, per la presenza di due chitarre solista. Certo, suonano un po’ datati questi rock-beat melodici, dove c’è un assolo centrale di chitarra e alcuni guizzi di armonica, uno strumento che infonde un’atmosfera country e folk. Insomma, mancano  quello sperimentalismo e la psichedelia del passato. Ma è giusto così. Professionali, concatenano un pezzo all’altro, senza pause.

Carino “Little Games”, a tre voci (Idan, Scavone, McCarty) e nostalgico “Shapes of things”, con colpi di tamburi, note e accordi singoli, nella caratteristica, ossessiva figurazione terzinata tipica di quell’epoca, e che costituiva, per chi si addentrava nel genere pop/rock, un aspetto tecnico  fondamentale. Ma Yardbirds significa anche Blues, ed ecco allora “New York City Blues”, classicamente lento e ben accentato. E poi un Boogie Woogie “Over under Sideways down”, caratterizzato da un 4/4 scandito semplicemente dal bassista, una figurazione tipica dei ballabili del dopoguerra, un buon allenamento per strumentisti alle prime armi che sperano di intraprendere la carriera musicale.

“Back where” inizia con un nastro preregistrato che diffonde sonorità di ambienti naturali, con un’ossessiva breve nota all’unisono, che ricorda “On the Road Again” dei Canned Heath. È cantata da McCarty, che suona uno batteria Yamaha arancione, con tre tom, due timpani e tre piatti ( un crash, un ride ed un china), di dimensioni medio-grandi, più o meno dello stesso diametro. La sua figurazione, essenziale, comprende molti lunghi scivolamenti tra i tamburi, come si usava un tempo e che per un bambino od un adolescente rappresentavano un grande stimolo per iniziare ad apprendere la tecnica dello strumento.

Nel penultimo brano, “Smokestack lighting”, il cantante e chitarrista approfitta di un lungo assolo della chitarra leader, per cambiare una corda della sua. L’accompagnamento è improntato sulla falsariga del “Bolero” di Ravel. Prima di congedarsi, McCarty presenta i compagni e l’ultimo brano, in realtà una medley di tre. “For your love”, il primo successo che li lanciò nel febbraio 1965; “Happenings”; “Dazed and confused” che Jimmy Page si sarebbe portato dietro nei Led Zeppelin, come ha ricordato   con una punta di rimprovero l’anziano musicista.

Gli applausi portano a due bis. Il primo, trascinato dal caratteristico accompagnamento della batteria, è “Train kept-A Rollin”, un classico Rhithm’n Blues, appositamente inciso per la colonna sonora di “Blow up”(1966) di Michelangelo Antonioni, nel quale il gruppo viene filmato mentre esegue in playback il pezzo, concluso da Jeff Beck, il quale, imita  gli “Who”, facendo in mille pezzi la chitarra. Il pubblico si alza in piedi, batte le mani a sottolineare l’incalzante incedere . A seguire, “The nazz are blue”, sempre del periodo Beck-Page, a volume sempre più alto, con i musicisti e la platea entrambi soddisfatti.

Foto Cotton Club Japan di Takuo Sato