A Padova, su iniziativa del Lions Club, Rotary e di Confindustria, le riflessioni di Cottarelli sul debito pubblico e politica economica

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Discutendo sul tema «Ogni promessa è a debito. Dalla campagna elettorale al governo del Paese», Cottarelli ha detto che «la “Flat tax” non funziona e crea deficit», «i bonus Renzi sono stati un errore»,  «il reddito di cittadinanza è privo di coperture»

Le urne elettorali si sono chiuse da poco e l’Italia si è divisa in due grandi fazioni, ciascuna attirata da una promessa elettorale che ha fatto premio su tutte: al Nord a trazione centro destra quella della riduzione delle tasse e l’introduzione della “Flat tax” o tassa piatta (al 23% secondo la visione di Forza Italia; al 15% secondo quella della Lega); al Sud dove ha trionfato il M5S la concessione del reddito di cittadinanza a tutti coloro che siano disoccupati.

Per entrambe le soluzioni, il problema capitale è la loro compatibilità economica sui conti pubblici gravati da un debito mostruoso (2.275 miliardi di euro) che, durante i governi Rezi e Gentiloni, è cresciuto di altri 230 miliardi di euro. Su questo tema, su iniziativa del Lions Club, Rotary e Confindustria Padova è intervenuto Carlo Cottarelli, autorevole esperto di conti pubblici, già dirigente al Fondo Monetario Internazionale (FMI) e di commissario per la Revisione della spesa, oggi direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani all’Università Cattolica di Milano.

Dopo il mercante in fiera di promesse, tutte promesse a debito, chiunque governerà il Paese dovrà tornare con i piedi per terra, alla responsabilità di muoversi nel “sentiero stretto” meno deficit, più crescita. Conciliando (o ricalibrando) le promesse con il macigno del debito, il rispetto delle regole Ue, l’obiettivo del pareggio di bilancio, la fine degli stimoli Bce e tassi più alti. Come se ne esce? Anche in vista del Documento di Economia e Finanza che attende al varco il nuovo governo. Perché è così difficile ridurre il debito? Quale visione e strategia di lungo periodo per risolvere il problema? Come conciliare le promesse elettorali con il “sentiero stretto”? Quali politiche credibili di finanza pubblica (debito, deficit, spesa), anche per stimolare la produttività, la crescita e il lavoro e ridurre la tassazione (e il rancore sociale)?

«Tagliare le tasse in deficit nel caso migliore equivale a prendere una droga con una botta di crescita momentanea di breve termine e un successivo ritorno della crescita al livello precedente o anche uno più basso»: bolla così l’ex commissario della “spending review” Carlo Cottarelli la proposta di ridurre le aliquote fiscali con la “Flat tax”. «Non solo – sottolinea Cottarelli – ma il taglio delle tasse non fa ridurre il debito e anzi crea il deficit. Purtroppo non funziona così, altrimenti sarebbe molto facile».

Secondo Cottarelli, «la messa in sicurezza dei conti pubblici, che sono estremamente importanti per futuro dell’Italia, è obbligatoria per tutti. Siamo riusciti a stabilizzare il rapporto tra debito pubblico/Pil e adesso dobbiamo ridurlo». Sì alla crescita, ma è «sull’avanzo primario, la differenza tra le entrate e le spese dello Stato al netto degli interessi, che bisogna lavorare portandolo dall’attuale 2% del Pil al 4%». La crescita globale, un euro debole e prezzo del petrolio basso sono «un’opportunità per aumentare l’avanzo primario. I paesi avanzati che hanno ridotto il debito negli ultimi decenni di 20-30 punti percentuali l’hanno fatto perché avevano degli avanzi primari molto consistenti, nell’ordine del 4-5%».

Così come la “Flat tax”, anche il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 stelle non supera l’esame di Cottarelli. «Per la misura, che costa tra i 15-17 miliardi, i 5 stelle hanno fornito delle coperture. L’osservatorio Cpi ha considerato solo il recupero di 2,5 miliardi derivanti dagli acquisti di beni e sevizi, ritenuto fattibile, però non ha tenuto in conto altre cose perché non erano specificate».

Se fosse richiamato da un prossimo governo per rimettere mano alla spesa pubblica, Cottarelli ripartirebbe dalle linee guida della sua “spending review” del 2013, ma ci tiene a precisare come «in quattro anni sono state prese delle misure che non erano valide: il bonus per i 18enni è sbagliato cosi come i vari bonus introdotti in questi ultimi anni, compresi il bonus mamma e bebè che non aiutano ad affrontare il problema del crollo demografico molto serio». Insomma, anche la politica economica di Renzi è bocciata, così come si è rivelata largamente fallimentare.

Passando dall’Italia all’Europa, per Cottarelli a Bruxelles «siamo percepiti come un paese con squilibri macro economici considerati ancora rilevanti. È chiaro che non si può alzare la voce quando si parte da una posizione di debolezza di questo genere ed è quindi nell’interesse dell’Italia mettere a posto i conti pubblici e sistemare gli altri problemi, fare le riforme che servono per andare in Europa con una voce più autorevole».

All’orizzonte, Cottarelli non ritiene preoccupante l’incertezza politica che si prefigura dopo le elezioni del 4 marzo che potrebbe scuotere i mercati finanziari: «al momento non credo che l’incertezza politica possa essere causa scatenante di un attacco speculativo sui mercati. Se ci fosse un rallentamento dell’economia, una recessione causata dalle guerre tariffarie allora sì l’avere o meno un governo stabile sarebbe estremamente importante». Così come non ci sarebbero «rischi immediati» per la Borsa, ma «serve una riduzione graduale del debito pubblico».

Commentando l’esito delle elezioni, Cottarelli si è detto «preoccupato, non tanto nell’immediato quanto sul medio periodo. Non vorrei che si ripetesse quanto accaduto nel 2011-12, quando molti pensavano che la bancarotta fosse l’unica soluzione. I rischi – spiega – non sono immediati perché sui mercati c’è buonumore, ma fra un anno e mezzo Draghi lascerà la presidenza della Bce e qualcuno potrebbe guidarla in modo diverso». Per Cottarelli bisogna partire dalla riduzione del debito pubblico: «se non lo facciamo, non saremo mai indipendenti, e questo mi dà molto fastidio perché così diamo la possibilità agli speculatori di attaccarci. Non bisogna arrivare alla macelleria sociale, basta liberarci del debito in modo graduale».

Guardando ad un altro tema in voga, quello dell’uscita dall’Euro, Cottarelli afferma di «condividere in parte le analisi» degli euroscettici come Borghi e Bagnai, «ma le mie conclusioni sono diverse e penso che dobbiamo rimanere nell’euro. Il problema è che ci siamo adattati male a vivere con l’Euro, ci sono stati comportamenti incompatibili con l’ingresso nella moneta unica e abbiamo continuato a fare quel che facevamo prima, quando ogni tanto si svalutava per recuperare competitività». Per Cottarelli, con l’uscita dall’Euro «i salari reali sarebbero tagliati e quindi ci sarebbe meno potere d’acquisto. Così chi si fosse indebitato in euro e venisse pagato in Lira si ritroverebbe un debito molto più pesante da pagare».

Infine una riflessione sulla governabilità dell’Italia nel dopo voto: « non credo che si arriverà ad un accordo per un governo stabile, penso piuttosto ad un governo di transizione che avrà il compito di portarci a nuove elezioni. Dalle urne – ha proseguito Cottarelli – è uscita un’Italia che vuole fare l’opposto di quello che dico io, cioè un’Italia che vuole fare più deficit». E sull’esito del referendum sull’autonomia, ha aggiunto che «il Veneto non diventerà certo una regione a Statuto speciale, ci saranno cambiamenti, ma solo di facciata».