Decreto “Sostegni”: per la Fipe indennizzi da 5.500 euro a locali che hanno perso 165.000

Stoppani: «provvedimento ben lungi dall’essere soddisfacente per il mondo della ristorazione».

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blocco alle attività economiche decreto

Con il decretoSostegni” appena varato dal governo Draghi per gestire i 32 miliardi di scostamento di bilancio varato il 20 gennaio scorso, il ristorante tipo che nel 2019 fatturava 550.000 euro e che nel 2020, a causa degli oltre 160 giorni di chiusura imposti dalle misure di contenimento della pandemia da Covid-19, ha perso il 30% del proprio fatturato, pari a 165.000 euro, beneficerà di un contributo una tantum a fondo perduto di soli 5.500 euro. Poco cambia per un bar tipo: chi nel 2019 fatturava 150.000 euro e ne ha persi 25.000 a causa delle restrizioni, avrà diritto a un bonus di 1.875 euro, il 4,7% della perdita media mensile. 

Queste le simulazioni prodotte dall’Ufficio Studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, a seguito dell’approvazione del decretoSostegni”, un provvedimento «che era certamente necessario, ma è evidente quanto non possa essere considerato sufficiente. Da settimane si parlava di aiuti perequativi, selettivi, adeguati e tempestivi e questi aggettivi non descrivono le misure proposte – ha dichiarato il presidente della Fedazione, Lino Enrico Stoppani -. Innanzitutto, la coperta del sostegno a famiglie e imprese è evidentemente troppo corta per la platea che si propone di aiutare: settori come la ristorazione sono stati messi letteralmente in ginocchio dalla gestione dell’emergenza e i limiti imposti sulla perdita di fatturato o sui massimali erogabili hanno effetti perversi sul sostegno alla parte più sana della nostra economia». 

Stoppani fa due esempi: «ci si lamenta del nanismo delle imprese italiane e poi si mette un limite di 10 milioni di fatturato per accedere ai “Sostegni”; e ancora: si dichiara che i contributi sono calcolati sulla perdita di fatturato annuo, ma in realtà si indennizza una sola mensilità media. C’è la spiacevole sensazione di voler aggirare il problema. Il punto è che bisogna uscire immediatamente dall’ottica di breve periodo e mettere in piedi un piano di ripartenza che garantisca il diritto al lavoro e non sottoscriva semplicemente il dovere di stare chiusi. Serve un progetto che dia una prospettiva di futuro reale alle imprese e non solo un sostegno temporaneo, che appare oggi una fragile stampella».

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