I tassi d’interesse affondano il bilancio dell’Unione europea

Il costo del prestito New Generation Ue è triplicato rispetto alle previsioni e all’Italia converrebbe non usare la parte a debito del Pnrr.

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Il pesante rialzo dei tassi d’interesse operato dalla Banca centrale europea presieduta dalla francese Christine Lagarde, passato dal livello zero al 4% nel giro di pochi mesi, sta scombussolando tutti: oltre alle famiglie alle prese con il mutuo casa a tasso variabile che in sei mesi ha raddoppiato il peso della rata sul bilancio domestico, alle impreseindebitate per sostenere la propria attività, ora tocca alla stessa Commissione europea, sorpresa dalle mosse di Francoforte, tanto da avere ora forti problemi di gestione del pianoNew Generation Ue” che alimenta i vari Piani nazionali di ripresa e resistenza dei pasi membri.

Di fatto, la Commissione europea guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen aveva previsto per il primo piano di indebitamento comune europeo per sostenere la ripresa economica una spesa per interessi variabili da un minimo dello 0,55% del 2021 ad un massimo del 1,15% nel 2027 a fine piano. Peccato che l’azione della Bce a guida Lagarde abbia più che triplicato già a partire dal 2023 i tassi d’interesse e il costo del denaro, portandolo al 4% con uno scenario di ulteriore crescita.

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Non solo: sul mercato i titoli di debito della Commissione vengono quotati maluccio, ad un livello ben più costoso del Bund tedesco e pure dell’Oat francese, con una tendenza ad incrementare il differenziale. Uno scenario che consiglierebbe all’Italia di guardare con estrema attenzione alla parte di Pnrr presa a prestito perché, oltre a non essere ancora certi della capacità di poterli spendere effettivamente in investimenti realmente produttivi per l’economia nazionale, c’è il rischio che vengano pure a costare di più di un indebitamento diretto tramite Btp a 30 anni, con le ultime emissioni del 2021 effettuate a tassi oscillanti tra 1,47% e 1,82%.

Senza considerare il fatto che i circa 130 miliardi di Pnrr che l’Italia dovrà restituire non c’è ancora la certezza del loro effettivo costo: insomma, si rischia di scialarli per spese improduttive e di pagarli pure a carissimo prezzo.

Uno scenario del genere consiglierebbe al governo Meloni di procedere con estrema cautela, puntando a spendere presto e bene la quota a fondo perduto del Pnrr e di valutare attentamente la convenienza dell’utilizzo della quota a debito, confrontando il costo della gestione diretta degli investimenti con debito nazionale che, oltretutto, avrebbe il vantaggio di non avere i limiti burocratici e di controllo imposti dalla Commissione.

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