La memoria troppo corta di leader, leaderini e saltimbanchi della politica

Le elezioni del 22 ottobre in Trentino rilanciano la divisione del mondo autonomista. Di Walter Pruner

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La memoria dei pesci rossi si definisce selettiva, vale a dire che essi hanno coscienza di ciò che è accaduto in precedenza ma non sanno esattamente che cosa. In alcuni paesi si dice che duri appena due secondi, da noi tre, da altri dieci. In ogni caso sempre pochissimo.

Il modello del pesce rosso e, dunque, della sua memoria selettiva è tratto distintivo anche nella politica italiana, così come in quella nostrana-trentina, che ci rende famosi nel mondo. Punti oscuri di una storia i cui primi attori, leader, capi di Stato, o anche semplici eroi comuni di grandi cambiamenti sono stati rivisitati secondo faziosi interessi, desiderata contingenti, inappropriate convenienze di parte. Nella declinazione partitica si dovrebbe partire prima di tutto dal riconoscere, dal ricordare le icone politiche, il che costituirebbe già di per sé esercizio non facile. Quando un partito fosse già in grado di attribuire un riconosciuto tributo ai fondatori passati o contemporanei, dimostrerebbe una sua maturità non scontata. E la maturità partitica è merce non impossibile, ma certo rara.

L’incapacità di fare i conti con la storia e col suo ricordo, è materia in cui la storiografia dello Stivale eccelle. La Germania ha avuto la sua Norimberga, l’Italia le esecuzioni di Piazzale Loreto, con le quali si è pensato di uccidere, oltre alla figura simbolo, anche un’epoca vergognosa: così non facendo giustizia, ma giustiziando la storia.

L’elaborazione delle vicende storiche complesse non è figlia di esecuzioni sommarie, ma impone quella sacralitàdi giudizio che non può nutrire obiettivi politici ma semplici ricostruzioni obiettive. Vale per gli eventi epocali come per le storie dei singoli.

Pure in tempi contemporanei, il trattamento delle leadership trascorse, per lo più superficiale, quasi mai serenoed imparziale, spesso emotivo, è spinto da pulsioni utilitaristiche.

Al fondatore Umberto Bossi, Matteo Salvini riservò l’onore delle armi, seggio in Parlamento, con diritto di sagra: su macro regioni, federalismo e dintorni l’oblio in nome del sano pragmatismo. In cambio, per il fondatore, nessuna espulsione, nessuna sospensione, nessuna sanzione.

Questo è solo un esempio tra i tanti che, in epoca più recente, con il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, sono stati asfaltati da un’affrettata e generalista esecuzione storica incapace di fare i conti con quanto era successo: contrapponendo l’opportunità strategica a cancellare in toto, nell’ordine, valori e personalità che gli stessi hanno rappresentato.

Una sinfonia, quella del tattico oblio, trova diritto di cittadinanza anche nella nostra Terra dell’Autonomia dei Degasperi, Kessler, Pruner, Marchetto, Micheli, Piccoli, Canestrini, e tanti altri raffinati amministratori e riformatori che hanno indicato e costruito una strada che molti non hanno saputo accudire e migliorare.

Dai suddetti modelli in molti casi si rifugge temendo, a distanza di lustri, i valori allora espressi ed evitando così contagiose contaminazioni, mettendosi al riparo di un confronto politico spesso impietoso. Non si tratta di magnificare o condannare alcuno. Nessuna gara in campo. Ma per affondare e rinforzare le radici, questo sì, lì dove hanno tratto frutto le fortune delle diverse linee di pensiero, è un atto che la gente trentina legittimamentesi attende, per ritrovarsi in un rapporto di intensità e qualità politica con la propria area di riferimento, la cui esigenza è sotto gli occhi di tutti. La risposta affettiva della politica, contro la logica dell’algoritmo asettico, è forse il primo anche se non unico avversario del divano elettorale.

Ci sono singoli attori della politica trentina che hanno capito questo, molti altri no: non è comunque vero che tutto è livellato verso il basso e l’augurio è che l’elettore sappia distinguere tra il polo positivo e quello negativo di una calamita politico-motivazionale che tende, questo sì, all’esaurimento.

Altra causa moltiplicativa della risposta astensionistica, è il “deltaplanismo politico”. Si tratta dell’approdo silente e in terra politica equivoca del bancarottiere di partito: planaggio privo di motore proprio, con forza altrui e trascinato dalla energia inerziale del compiacente vettore. Non rilevano in questo caso slealtà, incoerenza, inconsapevolezza di errori commessi, calunnie: nessun pentimento, solo l’arrogante pretesa di una sanatoria senza vergogna.

Passando invece dall’allegro reclutamento alle purghe, i partiti più primitivi adottano logiche classiche fatte di espulsioni, sospensioni e similia; altri stufano, logorano la minoranza che disturba il manovratore e la costringonospintaneamente” a fughe extra territoriali, i più articolati sedano ogni dibattito investendo sulla melina di partito fatta di rifiuto di congressi e dibattiti, simulazioni partecipative, finte convergenze o friabiliunanimismi, che nascondono la cenere sotto il tappeto.

E’ chiaro chi, ma non il perché, in questi mesi, in quel fortino di resistenti, abbia preferito l’autarchico consumodel becchime residuo al dialogo, nell’attesa di un improbabile VII Cavalleria: di certo lì fuori, accanto al ponte levatoio, non tutto è silente e nel villaggio sta manifestandosi l’emergenza grano, non quella musicale.

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