Maxiemendamento del governo Meloni per sanare gli errori della Finanziaria 2024

Da blindata la manovra presta il fianco a tante problematiche che vanno subito affrontate per rilanciare l’economia nazionale.

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La Finanziaria 2024 del governo Meloni non pare essere nata sotto una buona stella: presentata come una proposta di legge blindata per arrivare alla sua rapida approvazione senza trasformarla in un tradizionale attacco alla diligenza, ecco che la stessa maggioranza sta per approvare un maxiemendamento per aggiustare i problemi emersi nella norma.

Problemi che vanno dalla mancanza di una visione industriale e di sviluppo del paese, del taglio effettivo delle tasse, del pensionamento dei dipendenti pubblici troppo penalizzante (a partire dai medici), al mancato intervento sul tagliodegli sprechi che albergano nel bilancio statale stimati in circa 60 miliardi.Maxiemendamento

E a caricare politicamente in senso negativo la Finanziaria 2024 ora arriva anche il sondaggio Swg che ha interpellatogli italiani sulla riduzione delle tasse, sulla qualità della manovra e su quali provvedimenti siano promossi e quali bocciati.Maxiemendamento

Insomma, ne esce un quadro che al momento appare insoddisfacente, che va migliorato al più presto tramite il maxiemendamento, puntando risorse sul rilancio dell’economia piuttosto che sulla spesa corrente o sulla politica dei vari bonus, spesso microsettoriali. Ma vanno sanate anche quelle incongruenze che accadono quando la mano destra non sa quello che fa la sinistra.

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Caso puntuale è la previsione nel decretoIncentivi” appena approvato dalla commissione Finanze su proposta del sottosegretario Bitonci, che ha finalmente equiparato i professionisti e il lavoro autonomo alle micro imprese – così come da anni riconosciuto dalla normativa europea – per l’accesso agli incentivi pubblici, salvo espungerli dall’accesso ai benefici del Fondo per l’editoria, che prevede all’articolo 62 della Finanziaria 2024 il possesso di almeno tre dipendenti contrattualizzati con costi fissi di almeno 120.000 euro all’anno, cosa di fatto difficile se non economicamente insostenibile per la quasi totalità di micro editori incarnati proprio da quei tanti giornalisti che si sono inventati un’attività dopo essere stati espulsi dalle aziende editoriali in crisi strutturale. Con buona pace del pluralismo costituzionalmente garantito dell’informazione e della qualità delle notizie veicolate che proprio dai piccoli spesso arriva un’informazione decisamente migliore rispetto a quella delle grandi catene editoriali.

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