Dazi auto, serve parità di trattamento tra prodotti europei e cinesi

Anfia richiama l’Europa ad una politica daziaria che superi le odierne disparità che penalizzano il mercato dei 27.

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Il mercato europeo necessita di una politica più equa in fatto di dazi auto, equiparandoli tra esportazioni e importazioni Cina-Europa, che oggi hanno un differenziale di 15 punti. Lo ha sottolineato Gianmarco Giorda, direttore dell’Anfia, la filiera automotive italiana, partecipando a Torino all’incontro sulla mobilità elettrica e sostenibile, organizzato dagli ambientalisti.

«I cinesi stanno iniziando a vendere in Europa volumi sempre più significativi di auto, per ora prodotte principalmente in Cina. Vediamo qualche segnale di interesse da parte dei cinesi a fare investimenti in Europa. L’Italia si deve candidare. Il governo fa bene a lavorare per intercettare un secondo gruppo automotive».

In tema di dazi auto «non siamo a favore di misure protezionistiche – ha spiegato Giorda – perché non aiutano il mercato. Oggi i dazi in ingresso in Europa sono pari a circa il 10%, mentre quelli in ingresso in Cina sono del 25%, è un differenziale che non aiuta la competitività dell’industria europea. A livello europeo sarebbe necessario perequare le percentuali facendo sì che i dazi auto siano uguali. La discrepanza non ha senso».

Una maggiore equità fiscale, secondo Giorda, «potrebbe favorire l’arrivo nei prossimi anni di costruttori cinesi che potrebbero avere interesse a produrre in Europa e non a esportare dalla Cina. Stanno già arrivando, questa misura di perequazione dei dazi auto potrebbe essere un acceleratore».

Secondo Giorda ci sono le condizioni per l’arrivo di un produttorecinese, ma anche l’americana Tesla – perché «in Italia c’è la componentistica più importante per valore e tecnologia dopo quella tedesca, che continua a crescere in termini di fatturato e di produzione all’estero», ma «bisogna lavorare sui fattori di competitività, come i costi di trasformazione, quello dell’energia più alta, produttività inferiore rispetto ad altri paesi, costi della logistica, certezza delle regole». Compiti, questi, decisamente più ostici e difficili che non aumentare la produzione nazionale di veicoli dopo il sostanziale abbandono di Stellantis.

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