Termovalorizzazione dei rifiuti per ridurre lo smog e le bollette di famiglie ed imprese

L’esempio dell’impianto di Brescia che si conferma uno dei più efficienti e ambientalmente sostenibili d’Italia. Perché con il Pnrr non si è prevista una rete di impianti similari in Italia?

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Termovalorizzazione dei rifiuti

In Italia per molte realtà, a partire dalla Pianura Padana, è emergenza smog, specie d’inverno, quando alle emissioni da industria, agricoltura e traffico s’aggiungono anche quelle degli impianti di riscaldamento, spesso obsoleti, mandando oltre i limiti di legge previsti dall’Europa – violazione che frutta all’Italia anche fior di multe milionarie – per le sostanze nocive presenti nell’aria: eppure la soluzioen ci sarebbe con la termovalorizzazione dei rifiuti.

Una soluzione, alla portata di mano, che consentirebbe anche di risolvere un’altra problematica dove molte realtà d’Italia annaspano, ovvero la gestione dei rifiuti urbani che devono trovare un’alternativa allo smaltimento in discarica che non può essere quella della continua esportazione nelle regioni dove esistono impianti di termovalorizzazione o, peggio, all’estero.

Un esempio capace di risolvere due problemi in un colpo unico è quello del termovalorizzatore – o termoutilizzatore come lo definisce la società di gestione, A2A – di Brescia, che da decenni assicura ai cittadini della Leonessa riscaldamento ed energia elettrica a tariffe competitive utilizzando come materia prima la parte residuale dei rifiuti urbani. Un impianto che ora sarà sottoposto ad un ulteriore miglioramento tecnologico con un investimento di circa 110 milioni, di cui 45 destinati agli impianti che consentono un ulteriore taglio delle emissioni, per rendere la termovalorizzazione dei rifiuti ancora più efficiente e sostenibile.

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Questo grazie al nuovo progetto di “flue gas cleaning“, con l’avvio su tutte le tre linee dei nuovi sistemi di trattamento fumi e recupero di energia da parte di A2A e che è stato appena inaugurato nella città lombarda. Grazie a una tecnologia innovativa sarà possibile generare energia termica in più per 12.500 famiglie equivalenti a parità di rifiuti trattati, riducendo così l’uso del gas per alimentare la rete del teleriscaldamento e portando il rendimento dell’impianto dall’84% al 98% e consentendo di immettere nella rete di teleriscaldamento 164 GWh/anno di calore aggiuntivo con impatto ambientale nullo.

L’impianto, che costituisce la prima rete di teleriscaldamento in Italia, recupera ogni anno energia elettrica e termica da circa 720.000 tonnellate di rifiuti non altrimenti riciclabili. Le tre linee del termovalorizzatore dei rifiuti generano oltre il 70% del calore distribuito dalla rete di teleriscaldamento, con 861 Gwh termici nel 2023, ed energia elettrica pari al fabbisogno di 180.000 famiglie, cioè 506 Gwh nel 2023. Numeri che consentono di risparmiare circa 160.000 tonnellate equivalenti di petrolio l’anno, evitando l’emissione in atmosfera di 830.000 tonnellate di CO2. Mica bruscolini.

In Italia oggi viene smaltito ancora circa il 19% dei rifiuti in discarica, un valore lontano dal target europeo del 10% fissato per il 2035, mentre a Brescia si è raggiunto lo 0% e per con questo obiettivo il nuovo piano industriale verrà approvato il prossimo 11 marzo.

Per l’amministratore delegato di A2a, Renato Mazzoncini, «il modello Brescia può essere esportato in tutte le realtà italiane per avvicinare gli obiettivi europei». Già, basterebbe che la classe politica italiana prendesse coraggio sufficiente per superare le opposizionia prescindere” dei vari comitati di cittadini, per dare al Paese una rete di impianti di termovalorizzazione dei rifiuti che darebbe solo vantaggi, ambientali, energetici e in termini di riduzione delle bollette per gli utenti, magari utilizzando quei fondi Pnrr che spesso sono stati utilizzati per progetti di piccola bottega clientelare.

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