Italia più povera, famiglie perdono potere d’acquisto

Secondo l’Istat il 14% operai è povero. Ma non va meglio per gli autonomi, che sopportano anche il rischio delle mancate commesse.

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Italia più povera Centro studi Confindustria

Italia più povera e anziana, con una forbice che cresce, anche a causa dell’inflazione, tra le famiglie benestanti e quelle che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese: è la fotografia del rapporto annuale dell’Istat, secondo il quale ci si sposa sempre più tardi e si rinvia la genitorialità molto oltre i 30 anni.

Negli ultimi 20 annicoincisi con l’avvento dell’Euro – l’Italia ha accumulato ritardi sul volume di Pil rispetto alle principali economie europee, mentre le retribuzioni hanno perso potere d’acquisto. Le persone in povertà assoluta sono 5,75 milioni, pari al 9,8% della popolazione, la percentuale più alta registrata negli ultimi 10 anni, a testimonianza di come i miliardi sperperati del reddito di cittadinanza grillino non l’abbiano affatto abolita.

Sono poveri in percentuale soprattutto i minori (il 14% del totale) con un tasso che è quasi triplo rispetto alla fascia tra i 65 e i 74 anni (al 5,4%), dato legato anche alla caduta del potere d’acquisto delle retribuzioni a fronte della crescita dei prezzi.

Italia più povera. Negli ultimi 10 anni le retribuzioni lorde reali hanno perso il 4,5% del potere d’acquisto ed è cresciuto il fenomeno dei lavoratori poveri, ovvero delle persone che pur lavorando rientrano nella povertà assoluta. La povertà è legata non solo al proprio reddito ma anche alla consistenza della famiglia e al luogo in cui si abita. Per cui con lo stesso stipendio si può non essere povero in provincia di Caltanissetta ed esserlo a Milano, a testimonianza di come il feticcio di paghe uguali per i lavoratori su tutto il territorio nazionale a prescindere dal reale costo della vita sia diventato ormai insostenibile, tanto da trasformare lo stesso sindacato in una sorta di novelloaffamatore” dei lavoratori che dovrebbe tutelare prevedendo stipendi variabili e allineati al costo della vita del luogo dove prestano la loro opera.

In un periodo di alta inflazione, poi, il lavoro autonomo ha retto relativamente meglio di quello dipendente per via della possibilità di applicare aumenti economici alla prestazione resa, anche se a rischio di vedere ridurre l’attività.

«Il reddito da lavoro – scrive l’Istat – ha visto affievolirsi la sua capacità di proteggere individui e famiglie dal disagio economico. Tra il 2014 e il 2023 l’incidenza di povertà assoluta individuale tra gli occupati è passata dal 4,9% nel 2014 al 7,6% nel 2023. Per gli operai l’incremento è stato più rapido passando da poco meno del 9% nel 2014 al 14,6% nel 2023». Nel 2023 l’8,2% dei dipendenti era in povertà assoluta a fronte del 5,1% degli indipendenti.

Sul fronte macroeconomico, il Pil in volume solo a fine 2023 è tornato ai livelli del 2007, ovvero a quello del periodo pre-crisi: in 15 anni si è accumulato un divario di crescita di oltre 10 punti con la Spagna, 14 con la Francia e 17 con la Germania. Rispetto al 2019 il Pil nominale è cresciuto del 4,2%, più rapidamente delle maggiori economie Ue, ma il divario con la crescita di quello reale resta ampia.

L’inflazione ha penalizzato soprattutto le famiglie più povere: tra il 2014 e il 2023, la spesa equivalente delle famiglie è diminuita nel complesso in termini reali del 5,8%. ma per le famiglie del primo quinto della distribuzione è diminuita dell’8,8% mentre per quella del quinto più ricco è scesa appena del 3,2%.

«L’impoverimento – spiega l’Istat – è stato generalizzato, ma il calo è stato più forte per le famiglie dei ceti bassi e medio-bassi, appartenenti al primo e al secondo quinto della distribuzione».

Una delle maggiori criticità del Paese è quella demografica: nel 2023 si contano tre milioni di giovani in meno rispetto al 2003 (cinque milioni in meno rispetto al 1994 quando erano tra i 18 e i 34 anni i figli del “baby boom”). Negli ultimi 30 anni c’è stato invece un aumento di cinque milioni di “over 65” (ora sono oltre 14 milioni), dato che crescerà man mano entreranno nella fascia i nati negli anni Sessanta. E nell’Italia più povera la tendenza dovrebbe peggiorare ancora dato che i giovani ritardano sempre di più la creazione della propria famiglia con quasi cinque anni in più rispetto a inizio secolo.

«Gli attuali giovani – scrive l’Istat – hanno transizioni sempre più protratte verso l’età adulta. Nel 2022, il 67,4% dei 18-34enni vive in famiglia con quasi otto punti in più rispetto al 2002 (59,7%). Si posticipano anche la nuzialità e la procreazione. Nel 2022, l’età media al primo matrimonio è di 36,5 anni per lo sposo (31,7 nel 2002) e 33,6 per la sposa (28,9 nel 2002); quella della prima procreazione per le donne è salita a 31,6 anni, contro 29,7 nel 2002».

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