“Maria Callas. Lettere e Memorie” al Teatro Goldoni di Venezia

Fa tappa a Venezia lo spettacolo che ha debuttato a Parigi due anni fa e che segna l’esordio teatrale di Monica Bellucci. Di Giovanni Greto

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monica Bellucci

In esclusiva per il Triveneto è approdato al teatro Goldoni di VeneziaMaria Callas. Lettere e Memorie”, un progetto intimista, come l’attrice protagonista lo ha definito, il quale sta andando in una direzione che non avevo previsto.

Giorgio Ferrara, da quest’anno direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto, dopo averlo programmato alla LXIII edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 2020, l’ultima da lui presieduta, ha voluto fermamente portare lo spettacolo a Venezia. Nel frattempo, “Maria Callas. Lettere e Memorie” sta avendo un’espansione impensabile: 4.000 persone al Teatro Erodion di Atene, con le musiche dal vivo di un’orchestra di 24 musicisti. E poi in Portogallo. A Milano, Roma e Venezia, prima di proseguire per Istanbul, Londra e New York.

Merito del successo imperituro di una cantante leggendaria, fatta rivivere sul palcoscenico da Monica Bellucci. La timida signora umbra, trasferitasi da tempo in Francia, dopo aver rinunciato a parecchie proposte, ha deciso di impersonare una delle più grandi soprano di tutti i tempi. E lo ha fatto sia perché attratta dalla sua parabola esistenziale, sia perché Tom Volf, giovane fotografo e regista, nato in Francia ma di origini russe – autore della piéce, del documentario presentato nel 2017 a Cannes, “Maria by Callas” e del libro “Maria Callas. Lettres&Mémoires” – ha pensato esclusivamente a lei per dar vita al suo ultimo progetto, far conoscere le vicissitudini di trent’anni di vita e di carriera di un’artista, attingendo da 300 lettere (1946–1977) e memorie (1923-1957), dettate in italiano ad una sua amica, la giornalista Anita Pensotti, tra la fine del 1956 e l’inizio del 1957.

Al centro di una scena illuminata da un gioco di luci e chiaroscuri, sul pavimento un’infinità di rose rosse, agisce Monica Bellucci, vestita di un lungo abito nero, parzialmente trasparente, appartenuto all’artista, prestato dalla collezione italiana “My private Callas”, rimasto chiuso per oltre 60 anni e mai indossato da nessun’altra.

L’attrice si siede o si distende in tre punti diversi di un divano vellutato giallo a 4 posti, copia esatta di quello che la soprano aveva nel suo appartamento parigino, dove trascorse gli ultimi 15 anni della sua vita a significare le diverse parti della sua esistenza: le prime esibizioni sul palcoscenico; il matrimonio con Giovanni Battista Meneghini, industriale di mezza età, di 28 anni più anziano, molto astuto, che si arricchirà alle sue spalle; il divorzio, difficile in quegli anni, dopo aver conosciuto Aristotele Onassis e la storia d’amore con quest’ultimo, bruscamente e dolorosamente interrottasi, che la fece cadere in depressione. Apprese soltanto dai giornali, come scrisse alla sua insegnante e confidente, la soprano spagnola Elvira De Hidalgo, del matrimonio dell’armatore greco con Jacqueline Kennedy Bouvier il 20 ottobre 1968; gli ultimi anni, del declino, intrisi di nostalgia e solitudine e della lenta, inesorabile perdita delle qualità vocali: ultima opera integrale interpretata, “Tosca”, il 5 luglio 1965, al Covent Garden di Londra; ultima esibizione in pubblico in Giappone, a Sapporo, assieme a Giuseppe Di Stefano, nella vana speranza, per entrambi, di ritornare agli splendori antichi.

Tante le lettere scritte al marito, una sola ad Onassis: amo il tuo corpo e la tua anima e il mio unico desiderio è che tu provi lo stesso. A Pier Paolo Pasolini, che la volle interprete di Medea. Con lui instaurò una profonda amicizia e un innamoramento che non si mutò in una relazione amorosa. Ad Elvira De Hidalgo, all’avvocato amico Walter Cummings, cui chiedeva aiuto nell’iter per la separazione da Meneghini, alla giornalista americana Elsa Maxwell, perfida regina del pettegolezzo, o Gossip, come si dice oggi, la quale si innamorò di lei. A Tullio Serafin, che la indirizzò al successo negli esordi italiani. Ad Umberto Tirelli, il costumista e sarto teatrale che lavorò per lei in Medea, al punto da diventare amico e confidente.

Tra una lettera e un ricordo, si ascoltano una decina di brani musicali – accanto al divano è collocato un grammofono, come nella sua abitazione – sue interpretazioni vocali, inserti di Bel canto, un genere da lei molto amato, pezzi strumentali a commento degli anni conclusivi, suonati dal solo pianoforte, che diffonde melodie malinconiche perdute da tempo.

Anche se nella presentazione di sala è segnalata la presenza di un suggeritore, Jorge Tomè, la Bellucci mi è sembrata degna di encomio per aver imparato una serie di testi, cercando di far emergere lo stato d’animo della Callas. Soltanto ho notato una difficoltà ad esprimersi in italiano, una dizione non limpidissima, chissà se dovuta al fatto di essersi stabilita ormai da tempo nel Paese transalpino, o da una forte emozione che spesso si impossessa della mente di un attore.

Applausi e richiami a gran voce, ed eccola ringraziare abbassando lentamente la testa, la mano sul cuore, per poi ritornare in scena assieme ad un sorridente, felice Tom Volf.

Concludo con un pensiero della soprano: «in me ci sono due persone, Maria e la Callas, di cui devo essere all’altezza. Ma se mi ascolti davvero, nel mio canto sentirai tutto di me (Maria Anna Cecilia Sofia Kalogeropoulos, New York, 2 o 4 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977).

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