Il neoprotezionismo americano è un rischio per l’Europa

La commissione dorme sonni tranquilli cullandosi su “Fit for 55”, “Farm to Fork” e la prossima direttiva sulla riqualificazione energetica degli edifici. 

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neoprotezionismo americano

Nelle stanze dei ministeri all’economia e del commercio estero degli stati dell’Unione europea s’è acceso l’allarme rosso per l’approvazione del parlamento americano di una nuova legge volta a sostenere l’economia Usa dagli effetti dell’inflazione e della crisi economica internazionale, aprendo di fatto le porte a una stagione di neoprotezionismo americano.

Per il ministro all’Economia francese, Bruno Le Maire «con l’Inflation Reduction Act, gli Stati Unitisi sono messi sullo stesso piano della Cina. Ma se la Cina favorisce la produzione cinese e gli Usa quella americana, è ora che l’Europa aiuti quella europea».

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Proprio dalla Francia, la realtà più sensibile agli interessi nazionali, parte l’appello alla Commissione europea a darsi una mossa ed uscire dal torpore, visto che ha fatto poco o nulla per evitare che il neoprotezionismo americano si trasformi – così come sta per accadere – in un pesante danno per l’economia europea. Il presidente francese, Emmanuel Macron, che avrà nelle prossime ore incontri ad alto livello nella capitale americana, rilancia tardivamente un «Buy European Act», mentre un altro francese come il commissario Ue all’Industria, Thierry Breton, propone la costituzione di «un fondo per la sovranità europea», a supporto di una manifatturaMade in Ue”.

A sconvolgere i rapporti commerciali mondiali ci sono i 369 miliardi di dollari disponibili dal prossimo 1° gennaio 2023 a favore della manifattura statunitense, volti ad accelerare la transizione dell’industria Usa fornendo maxi sovvenzioni per auto elettrica, batterie, pannelli solari, pale eoliche e industrie energivore. Tutti benefici condizionati ad un unico, sostanziale requisito: la produzione deve avvenire solo sul suolo americano, utilizzando materie prime e forza lavoro a stelle e strisce. Tagliando fuori tutta la manifattura extra americana, con l’eccezione di quella messicana(dove tante imprese hanno delocalizzato per sfruttare il minore costo della manodopera locale rispetto a quella dei gringos) e del Canada (ricco delle materie prime indispensabili per la manifattura Usa).

I paesi europei, dalla Francia alla Germania all’Olanda, sono allineati per reclamare reciprocità di trattamento, ma la richiesta pare destinata a cadere nel nulla, visto che la legge americana è stata approvata da settimane ed è pronta ad entrare in vigore con il prossimo anno. Emerge in tutt’evidenza l’impreparazione della Commissione europea, a partire dal presidente, Ursula von der Leyen, e il suo vice, Frans Timmermans, entrambi distratti dalle strategie volte a ridurre l’impattoambientale dell’Europa e a stroncarne la manifattura e la produzione agricola a favore delle importazioni. Dell’evidente rischio di perdita di un mercato fondamentale come quello Usa a Bruxelles deve essere importato poco, nonostante siano a rischio la deindustrializzazione del continente e molti investimenti bilaterali.

Lo scenario più probabile è che si passi rapidamente dalla globalizzazione sdoganatadall’amministrazione di Bill Clinton ad un neoprotezionismo americano, esteso anche all’Europa, anche se a Bruxelles non si hanno idee chiare e realtà come la Germania e l’Olanda sono contrariea politiche comuni di tutela e sostegno dell’economia europea, lasciando mano libera all’iniziativa dei vari stati membri. Con le conseguenze che tutti sanno, a partire dagli oltre 200 miliardi messe sul piatto del costo dell’energia dalla sola Germania per sostenere la propria economia.

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