L’autonomia differenziata è fondamentale per il rilancio del Paese

Bond: «se si guarda alle autonomie speciali del Nord Italia, si capisce come l’avvicinamento del potere e delle risorse al popolo consenta un governo migliore del territorio, specie nelle zone di montagna».

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Dario Bond, presidente del Fondo Comuni Confinanti.

Con l’avvio delle audizioni dinanzi alla Commissione affari costituzionali del Senato è iniziato l’iter per arrivare entro la fine del 2023 all’approvazione della legge sull’autonomia differenziata proposta dal ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Roberto Calderoli, che ha presentato la sua proposta nell’intervista pubblicata ieri da “il NordEst Quotidiano”.

Oggi torniamo sull’argomento con un protagonista espressione di una regione ordinaria e di un territorio di montagna, il Bellunese, che da sempre guarda all’autonomia come una leva per il rilancio del territorio, oltre che per evitarne il progressivo spopolamento. Con Dario Bond, già deputato e presidente del Fondo Comuni Confinanti un bilancio delle attese della popolazione di montagna dall’autonomia differenziata.

Bond, sono decenni che il Veneto e, soprattutto, il Bellunese, stretto tra due regioni ad autonomia speciale, chiede maggiore autonomia, ma gli viene sempre negata, anche dopo il travolgente successo del referendum del 22 ottobre 2017.

Credo che questa sia la volta buona. Mi pare che il ministro Calderoli sia la persona giusta in grado di portare a casa il risultato di vedere approvata la legge sull’autonomia differenziata per le regioni che la chiedano. Come Veneti e Bellunesi non vediamo l’ora di potere avere facoltà di gestire direttamente le competenze delegate, di fare valere la tradizionale efficienza di governo liberando risorse per aumentare i servizi resi alla popolazione.

Ecco, lei parla di liberare risorse grazie alla maggiore efficienza dei processi. Ma come?

Credo sia sotto gli occhi di tutti – e lo stesso ministro Calderoli lo ha ribadito nell’intervista fatta a “il NordEst Quotidiano” – che la macchina centrale dello Stato è parecchio inefficiente e più costosa delle amministrazioni regionali. Ecco, visto che la devoluzione delle competenze alle regioni che le chiedano avviene su costi calcolati sulla spesa statale, è molto probabile che l’efficienza di una realtà come quella del Veneto possa attuare facilmente un risparmio del 10-15% rispetto alla spesa statale, assicurando lo stesso livello di servizio. Con quel risparmio, si possono dare ulteriori servizi sempre nello stesso campo di attività, come la sanità, migliorando un settore dove il Veneto già primeggia, oppure allargare l’offerta a servizi ora non previsti in altri settori. Sarà ciascun governo regionale a decidere dove allocare le risorse che si libereranno.

Rimane da superare il blocco di quella parte di amministrazione statale che non vuole privarsi di quote di potere derivante dalla gestione di competenze che sarebbero delegate alle regioni.

Anche qua, mi pare che Calderoli ieri su “il NordEst Quotidiano” abbia dato ampie risposte. L’apparato centrale fa muro di gomma contro i cambiamenti e la paura di perdere potere. Eclatante mi sembra il dato dell’incapacità di spesa – ben 50 miliardi riguardo gli stanziamenti del settennato 2012-2020 – da parte dell’amministrazione centrale citato sempre dal ministro. Bene, se si delegano competenze e risorse alle regioni efficienti come il Veneto non credo che si assisterebbe più a fondi assegnati non spesi. Sarebbero tutti allocati e spesi in opere e servizi di pubblica utilità a favore delle famiglie e delle imprese sul territorio.

Anche tra le regioni ordinarie esiste una bella disparità di capacità amministrativa e gestionale.

Non solo a tra le regioni, ma anche tra le singole amministrazioni centrali dello Stato. Si tratta di un problema che risale nel tempo, figlio della mancanza di adeguate previsioni circa il fabbisogno di personale – si pensi alle carenze che oggi si riscontrano nel campo della sanità oppure dei tecnici – dovuta alla mancanza di programmazione. Certo, fa riflettere vedere una regione come la vicina Emilia Romagna travolta dall’alluvione – cui va tutta la mia solidarietà – che nel periodo 2021-2022 non è riuscita ad investire ben 55,2 milioni dei 71,9 assegnatale dallo Stato per la manutenzione dei corsi d’acqua. Stando sempre nello stesso campo della manutenzione idrogeologica, il Veneto guidato da Luca Zaia ha invece investito, realizzando negli ultimi anni numerose opere per limitare gli effetti delle alluvioni. Ma allargando il confronto alle regioni del Mezzogiorno che dall’approvazione dell’autonomia differenziata paventano sfracelli a loro danno, il ministro Calderoli è stato chiaro: nel passato le regioni del Sud hanno avuto ingenti fondi pubblici, statali ed europei, che le regioni del Nord si sognano, ma spesso non sono stati capaci di spenderli e i risultati si toccano con mano. Con l’autonomia differenziata si parte tutti sullo stesso livello con i livelli essenziali di assistenza e i fabbisogni standard. Poi tutto dipenderà dalla capacità e qualità della classe politica locale, chiamata una volta tanto alle sue precise responsabilità senza più alcuna possibilità di scaricarle su altri.

Dal suo osservatorio del Fondo Comuni Confinanti, che gestisce i finanziamenti per le realtà più disagiate di Veneto e Lombardia confinanti con l’Autonomia speciale del Trentino Alto Adige, che previsione fa circa gli effetti di una maggiore autonomia a favore di Veneto e Lombardia?

Credo che si assisterebbe ad un bel salto avanti in termini di qualità di servizio, specie per le popolazioni delle “terre alte”, di quella montagna sempre trascurata dai governi centrali e, seppur in misura minore, anche da quelle regionali a causa della limitatezza delle risorse disponibili. Dall’autonomia differenziata è lecito aspettarsi l’erogazione di quei servizi oggi disponibili sono nei maggiori centri urbani anche nelle zone disagiate di montagna, garantendo a tutti gli stessi diritti e servizi. Credo che uno dei settori dove sarà necessario intervenire prioritariamente sarà a favore del mantenimento della gente in montagna, cosa che sta già facendo anche il Fondo Comuni Confinanti con le risorse messe a disposizione dal Trentino Alto Adige e dallo Stato.

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