L’agricoltura veneta si piazza seconda in Italia per il valore della produzione agricola nel 2025, superando 8,2 miliardi di euro, in crescita del 7,4% rispetto al 2024, sorpassando l’Emilia Romagna e collocandosi alle spalle della sola Lombardia. E in Veneto il “motore” dell’agricoltura regionale è la provincia di Verona con un valore aggiunto in agricoltura, cioè la ricchezza creata dal settore, che ha segnato un +7,8% rispetto al +3,2% del Veneto, con una previsione per il 2026 di un ulteriore incremento del 1,6%.
Questi alcuni dei dati più significativi contenuto nel II Report 2026 “Economia, agricoltura e agroalimentare” di Confagricoltura Verona, realizzato in collaborazione con l’Ufficio Studi Cgia di Mestre, presentato alla Camera di commercio a Verona, con i dati a consuntivo del 2025 e le prime proiezioni del 2026.
Nel 2025 il Veronese rafforza ulteriormente il proprio ruolo di riferimento nazionale per l’agricoltura e l’agroalimentare, distinguendosi sia per la crescita del valore aggiunto sia per le dimensioni dell’export. A preoccupare, tuttavia, è la nuova fase di rialzo dei prezzi dei fertilizzanti e l’escalation di quelli energetici, favorita anche dalle nuove tensioni geopolitiche internazionali.
Il Veronese si conferma la principale provincia agricola veneta con oltre 1,3 miliardi di euro di valore aggiunto stimata, pari a oltre il 28% del totale regionale, collocandosi tra le prime province italiane del settore. Anche sul fronte occupazionale Verona mantiene una posizione di assoluta di vertice con oltre 30.000 addetti, pari a circa il 35% dell’occupazione agricola veneta.
L’export agroalimentare della provincia di Verona raggiunge quasi 4,8 miliardi di euro (+5,1%), rappresentando circa il 46% dell’intero export agroalimentare veneto e il 6,6% del totale nazionale. Dal 2007 il valore delle esportazioni agroalimentari del Veronese è quasi triplicato e oggi supera stabilmente il 30% dell’export complessivo provinciale. Nel 2025 Verona è in seconda piazza a livello nazionale, appena dietro a Cuneo, grazie alla notevole diversificazione produttiva: prodotti agricoli, carni lavorate, lattiero-caseari, prodotti da forno, alimentazione animale e soprattutto bevande, trainate dall’export vitivinicolo.
Sul piano delle destinazioni dell’export agroalimentare, la Germania si conferma il principale mercato di sbocco (27,4%), mentre gli Stati Uniti rappresentano soltanto la sesta destinazione, con un’incidenza inferiore al 5% del totale esportato. La limitata esposizione al mercato statunitense riduce l’impatto potenziale derivante dall’inasprimento delle politiche commerciali e dei dazi.
Per quanto riguarda i costi dei mezzi di produzione, il 2025 evidenzia una fase di sostanziale stabilizzazione. L’indice generale cresce appena dello 0,8% rispetto all’anno precedente, interrompendo la forte dinamica inflattiva che aveva caratterizzato gli anni successivi allo scoppio della guerra in Ucraina. Nonostante questo rallentamento, i costi rimangono ancora nettamente superiori ai livelli pre-Covid. Rispetto al 2019 i mezzi correnti di produzione risultano più elevati del 28%, con incrementi particolarmente marcati per sementi (+50%), concimi (+43%), energia (+36%) e mangimi (+26%).
«Il 2025 è stata un’annata buona per l’agricoltura, che ha restituito il primato agricolo all’Italia per valore aggiunto con 42,5 miliardi di euro, davanti alla Spagna. Bene anche il Veneto, secondo in Italia per valore della produzione agricola, con Verona sempre seconda nell’export agroalimentare con il 46% della regione e il 6,5% dell’export nazionale – afferma Alberto De Togni, presidente di Confagricoltura Verona -. Bene le produzioni industriali, dal tabacco alla soia, e i cereali, oltre alle produzioni vitivinicole. I costi intermedi, pur avendo segnato un ridimensionamento rispetto agli anni precedenti, rimangono però ancora elevati. Inoltre, nel 2026 ci sono parecchi segnali negativi dovuti soprattutto alle turbolenze geopolitiche mondiali, che hanno portato a forti incrementi nei costi dell’energia e del gasolio, per non parlare di concimi e fitofarmaci».
In questo contesto, per De Togni «nel 2026 pesano anche i cambiamenti climatici, con temperature altissime per tempi prolungati e i ripetuti disastri creati dal maltempo, in primis grandine e trombe d’aria. Le prospettive per il 2026, anche se con le previsioni di una leggera crescita del 1,6%, sono quindi di una notevole flessione per quanto riguarda la quantità e la qualità dei prodotti. Idem per i prezzi, perché le principali commodities segnano una flessione stabile, a meno di una ripresa nell’ultima parte del 2026, che ci auguriamo avvenga».
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