Al Teatro Malibran di Venezia l’opera “Farnace” di Antonio Vivaldi

Il lavoro del “Prete Rosso” proposta in un nuovo, interessante allestimento. di Giovanni Greto

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Nell’affascinante percorso di riscoperta del Vivaldi operistico, in continuità con Orlando Furioso (2018) e Dorilla in Tempe (2019), il Gran Teatro La Fenice ha proposto al Teatro Malibran un’inedita messinscena di Farnace (1727), firmata dal regista Christophe Gayral. La parte musicale ancora una volta compete a Diego Fasolis, clavicembalista e direttore d’orchestra – riconosciuto nel mondo come uno degli interpreti di riferimento per la musica storicamente informata -, che unisce rigore stilistico, ispirazione e virtuosismo.

«Simbolo della musica veneziana di tutti i tempi – scrive a mo’ d’introduzione nella rivista “VeneziaMusica e dintorni” il Sovrintendente Fortunato OrtombinaFarnace era uno dei due progetti, assieme al Faust, promessi al pubblico nella stagione 2019 – 2020, ma non realizzati nei tempi prestabiliti a causa della chiusura dovuta alla pandemia”.

La produzione lirica di Vivaldi si sviluppò in un arco di circa 26 anni a partire dal 1713 – l’anno in cui compose la sua prima opera, Ottone in villa, allestita a Vicenza – fino al 1739, anno della partenza del compositore da Venezia verso Vienna, dove si spegnerà, povero e oscuro, nella casa di un certo Satler per essere sepolto, giusto 280 anni or sono, il 28 luglio 1741, in un cimitero di ospedale riservato ai poveri, oggi sparito.

Farnace, scritta per il Teatro S. Angelo, che gli aveva commissionato 18 opere, vede la luce – nel contesto di una messe di lavori teatrali, realizzati da Vivaldi tra il 1726 e il 1728 – il 10 febbraio 1727 per andare in scena durante la stagione del Carnevale. Autore del libretto del Dramma per musica in tre atti RV 711-A, oggi riproposto in due parti, per una durata totale di due ore e venticinque minuti, è Antonio Maria Lucchini, già responsabile di quello di Dorilla in Tempe (1726), che aveva già collaborato con Vivaldi in Tieteberga (1717).

«Il Farnace abbraccia pressoché per intero il cosiddetto stile vivaldiano maturo (1726 – 1741) – scrive sulla rivista citata Alessandro Borin – tanto da costituire un caso esemplare per coglierne almeno le caratteristiche essenziali, soprattutto in rapporto alla napoletanizzazione dei suoi drammi per musica e dei più generali mutamenti di gusto e di stile avvenuti nella prassi teatrale veneziana in quel torno d’anni».

L’argomento ruota intorno alla tragedia dinastica di Farnace, succeduto al padre Mitridate come Re del Ponto. Sconfitto dall’esercito romano condotto da Pompeo, è osteggiato dalla suocera, Berenice, regina di Cappadocia, che lo fa prigioniero e lo vorrebbe uccidere. Dopo una intricata serie di avventure, per adeguarsi ad un lieto fine di prammatica, tuttavia anche la fiera Beatrice cederà all’amore per la figlia Tamiri, madre di un figlioletto, che si vede giocare con gli aquiloni, contento, durante l’Ouverture, e sposa di Farnace, risparmiando così la vita al genero. Nella versione fenicea, però, costui rovescia l’aspettato finale lieto, ordinando una carneficina e celebrando col sangue il proprio trionfo assieme alla sorella Selinda, anch’essa prigioniera della regina, e al figlioletto.

Quanto alla messinscena, il regista, attore e compositore Christophe Gayral, intervistato per la rivista succitata da Leonardo Mello afferma: «è bene  rimanere assolutamente fedeli all’intreccio, ma anche essere capaci di tirar fuori il meglio dell’opera e a volte proporre nuove idee sceniche, con l’obiettivo di trovare una logica vera nel dispiegamento della vicenda, e quasi trovare una drammaturgia coerente».

Personalmente, mi ha lasciato perplesso la scelta di collocare un invasato e violento Farnace in un contesto di guerra mediorientale. Meglio forse mantenere l’ambientazione storica originale, anche perché, come dice lo stesso regista, “ la vicenda ha a che fare con soggetti atemporali, universali e contemporanei: la guerra dell’uomo contro l’uomo, la rivalità fra esseri umani, la brama di potere, l’infernale circolo della vendetta familiare, gli intrighi d’amore”.

Buona la vocalità delle cantanti principali, preferibile a quella del protagonista maschile, il tenore tedesco Christoph Grel : Sonia Prina, contralto, impersona Tamiri, all’epoca interpretata per prima da Anna Giraud (Girò), la cantante che intrecciò la carriera di Vivaldi dal 1726 fino alla morte, chiamata a Venezia, con malizia, “l’Annina del Prete Rosso”; Lucia Cirillo, mezzosoprano, già ascoltata in “Dorilla in Tempe”, dà voce e corpo alla spietata regina Berenice, mentre la mezzosoprano Rosa Bove convince negli accenti drammatici di una battagliera Selinda, la sorella del Re.

Lascio la conclusione ad un pensiero di Diego Fasolis, anche questo contenuto nella rivista, che ha diretto con lucidità, stimolando le qualità dei singoli musicisti, l’orchestra del Teatro con una sonorità arricchita dall’uso, per gli archi, di corde di budello e per i timpani di pelli naturali: «è per me inconcepibile che Vivaldi sia morto in povertà e abbandono a Vienna, dopo una vita di successi e con una poderosa produzione che tutti dobbiamo collaborare a riportare all’attenzione del pubblico che da questa può ricavare non solo piacere, ma profonda emozione e commozione».

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