Il “Rigoletto” di Giuseppe Verdi al Gran Teatro La Fenice

Nove rappresentazioni di un’opera che mancava dal 2001.  Di Giovani Greto 

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Il Rigoletto (presentato l’11 marzo 1851 in prima assoluta al Teatro La Fenice) di Giuseppe Verdi, con il contributo del librettista di fiducia, il poeta veneziano Francesco Maria Piave, ultima opera in cartellone al Teatro La Fenice, nell’attesa dell’avvio della stagione lirica 20212022, è stato riproposto con alcune modifiche dal regista veneziano Damiano Michieletto, secondo l’allestimento ideato nel 2017 per la Dutch National Opera, Amsterdam, l’Opera Nazionale Olandese.

E’ una rilettura ossessivamente angosciosa. Un lungo flashback – sfora di poco le due ore – da parte del protagonista, che rivive tutta la sua storia “con l’ossessione di una mente malata”, ricordando la tragedia personale di cui si sente responsabile.

La vicenda, tratta dal celebre dramma in tre atti di Victor Hugo, Le Roi s’amuse, “il Re si diverte”, trasportata in tempi moderni, in origine è ambientata nel secolo XVI a Mantova. Gilda, la figlia segreta di Rigoletto (avuta dalla donna amata, purtroppo morta), buffone di corte “esternamente difforme e ridicolo, internamente appassionato e pieno d’amore”, secondo le parole di Verdi, si invaghisce del Duca di Mantova, credendolo un povero studente.

Rapita brutalmente dai cortigiani del Duca, che la credono l’amante del buffone, e condotta al palazzo, qui viene trovata dal padre che giura di vendicarne l’onta uccidendo il suo signore. Lo segue in una locanda dove il Duca è dedito al piacere e gli prepara un’imboscata. Ma Gilda, ancora innamorata, indossando abiti maschili, si sostituisce al Duca e cade sotto i colpi di Sparafucile, il sicario ingaggiato dal padre. Spirerà tra le braccia del genitore disperato, invocandone il perdono.

L’ambiente scelto dal regista rimane fisso dall’inizio alla fine. E’ un luogo non precisamente definito, che comunica una forte sensazione di inquietudine, dove Rigoletto è rinchiuso dopo che è diventato pazzo e dà la stura ai ricordi; potrebbe essere una casa di cura, come un manicomio. Quindi è uno spazio bianco, mentale, non realistico. Un po’ come se ci si trovasse dentro alla sua testa.

Il titolo originale dell’opera, “La maledizione”, ripetutamente evocata fino alla fine, è quella del conte di Monterone, la cui figlia il Duca ha sedotto, scagliata verso Rigoletto, che lo aveva crudelmente irriso. Si collega al fatto che Rigolettoscopre di essere responsabile della morte della figlia. Mi sono chiesto – prosegue il regista – quale reazione può provocare in un uomo, che non ha parenti né amici, ma solo questa figlia sulla quale riversa le sue attenzioni in maniera morbosa. Diventa pazzo e ricorda con l’ossessione di una mente malata questa tragedia di cui si sente responsabile. Non riesce a liberarsi del senso di colpa che lo opprime e perde ogni contatto con la realtà, diventando per così dire il buffone di sé stesso.

Sullo sfondo scorrono dei filmati in bianco e nero, in cui il protagonista rivive i tempi felici, quando la figlia era bambina. Questi agganci narrativi amplificano il ricordo ossessionato della morte di cui lui è e si sente colpevole.

Molte le arie famose, bene interpretate dai personaggi principali, a partire da “Questa o quella per me pari sono”, un manifesto del libertinaggio, intonata dal Duca; “Caro nome che il mio cor festi primo palpitar”, l’estasi amorosa di Gilda, trasfigurata in un unico movimento cantabile; l’invettiva esplosiva “Cortigiani, vil razza dannata”, da parte di Rigoletto, che si svilupperà nel “Sì, vendetta, tremenda vendetta”; “La donna è mobile qual piuma al vento muta d’accento e di pensier”, lo spavaldo inneggiare del duca alla volubilità femminile; “Bella figlia dell’amore, schiavo son de’vezzi tuoi”, l’ennesima finzione erotica da parte del Duca, per sedurre Maddalena, la sorella di Sparafucile.

Il milanese Daniele Callegari, Maestro concertatore e direttore, che ha lavorato su 21 delle 27 opere verdiane, ha definito Rigoletto «un’opera a tinte scure e di grande teatralità, in special modo nel recitativo, che non è più meramente inteso come momento di transizione tra un’aria e una caballetta (una semplificazione edonistica dell’aria nell’opera in musica, che iniziò ad apparire nel corso del Settecento), e non è più legato all’idea del belcanto del primo Ottocento».

Ho ascoltato le voci dei protagonisti del secondo cast: Marco Ciaponi, il tenore interprete del duca di Mantova; Dalibor Jenis, il baritono interprete del ruolo di Rigoletto; la giovane Lara Lagni, ventitreenne, soprano lirico-leggero, nella parte di Gilda. Tutti i cantanti, chi più, chi meno, hanno ricevuto una buona razione di applausi nel consueto rituale della ribalta finale. Un elogio particolare al Coro, guidato ancora per poco dal Maestro Claudio Marino Moretti.

C’è attesa e voglia di ascoltare l’opera che aprirà la nuova stagione, il “Fidelio” di Ludwig van Beethoven, che mancava nel teatro veneziano dai tempi del Palafenice, la sede provvisoria, aspettando la ricostruzione dopo l’incendio. Cinque le recite- 20-23-25-27-30 novembre – in un nuovo allestimento della Fenice, con la regia di Joan Anton Rechi e la direzione musicale di Myung-Whun Chung.

Unica opera lirica composta da Beethoven, “Fidelio” si basa su un libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke, tratto dalla Léonore di Jean-Nicolas Boilly, un dramma del 1798 del genere à sauvetage, allora molto in auge, già musicato da diversi compositori, in cui gli eroi positivi, i rappresentanti delle forze del bene, trionfano dopo aver subito ingiuste persecuzioni e dopo romanzesche peripezie.

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