Europarlamento, continua la demolizione del “Green Deal”

Sostanziale marcia indietro sulla riduzione di uso di fitofarmaci in agricoltura e sostanziale neutralità tra riuso e riciclaggio.

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Dopo l’addio dell’ecotalebano commissario alla transizione ecologica Frans Timmermans (finito trombato alle elezioni politiche olandesi appena celebrate), ecco che l’Europarlamento ha innestato la marcia indietro sulla deriva del “Green Deal” e iniziato l’opera di demolizione dei pilastri che volevano un’Europa solitaria ad emissione zero, anche se gli sforzi per raggiungerla avrebbero condannato il continente all’impoverimentoeconomico e sociale e alla dipendenza dall’estero anche per gran parte delle proprie necessità energetiche, alimentari ed agricole.

Nel campo degli imballaggi, la proposta che obbligava tutti i paesi dell’Unione europea a virare solo sul riuso a danno del riciclo è stata riveduta ed ammorbidita, consentendo anche il riciclo nei paesi dove questo sia effettivamente realizzato e raggiunga quote superiori all’85% dei materiali immessi in uso. La proposta spintasoprattutto dall’Italia è stata fatta propria dall’Europarlamento a larga maggioranza, soddisfando così le richieste della filiera manifatturiera, agricola ed alimentare nazionale. Il passo successivo sarà il trilogo con il Consiglio Ue. L’arrivo della proposta di regolamento sugli imballaggi in aula era stato preceduto da una valanga di emendamenti e dalle crescenti preoccupazioni dell’Italia. Un esercito di lobbisti, nelle ore precedenti le votazioni, si è riversato nei corridoi dell’Eurocamera.

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Ad essere soddisfatta è stata l’interamaggioranza Ursula”, altre volte traballante: Ppe, Socialisti e Renew sui principali emendamenti hanno trovato una convergenza affatto scontata. Il testo parte da un presupposto: passare dalla logica del riciclo a quella del riuso. A tal fine la proposta di regolamento sugli imballaggi prevede una riduzione dei rifiuti prodotti del 5% entro il 2030, del 10% per il 2035 e del 15% entro il 2040. Obiettivi che aumentano per gli imballaggi in plastica: 10% entro il 2030, 15% entro il 2035 e 20% entro il 2040.

Il testo approvato dall’Europarlamento ammorbidisce nettamente le misure e, dato particolarmente importante per l’Italia (hub dell’industria del riciclo), esclude dal divieto del monouso gli Stati che hanno un livello di riciclodi almeno l’85% a partire dagli anni 202627. Dall’obbligo del riuso viene esentato tutto il settore dell’Horeca – ovvero hotel, ristoranti e catering. Saltano anche gli obiettivi di riuso al 2040 per gli imballaggi per il trasportodelle merci: il cartone per la pizza, il contenitore di un hamburger da fast food, per fare due esempi, saranno utilizzabili ancora per molto tempo, così come non spariranno le buste che, al supermercato, confezionano le insalate già pronte per l’uso, visto che anche i contenitori a contatto con i cibi freschi sono esclusi dalla normativa. Fuori da ogni divieto anche i cartoni per i grandi elettrodomestici o i contenitori usati dalle piattaforme e-commerce.

Il testo prevede invece che il 10% degli imballaggi delle bevande alcoliche debbano essere riutilizzabili entro il 2030. E obbliga i ristoratori non solo a servire ai clienti acqua del rubinetto, ma anche a consegnar loro del cibonel caso in cui il cliente porti un suo contenitore dove mettere il pranzo o la cena.

Se nelle votazioni sui rifiuti la maggioranza Ursula ha retto, viceversa è crollata nel caso dell’utilizzo deifitofarmaci in agricoltura. L’Europarlamento ha respinto non solo la proposta della Commissione europea, ma anche il rinvio del testo per un nuovo esame in commissione, sancendo la fine della prima lettura del provvedimento, avviando alla morte politica la parte più ambiziosa della strategiaFarm to Fork”, ovvero la parte agroalimentare del “Green Dealconcepito da Timmermans.

In seguito agli emendamenti approvati dalla plenaria dell’Europarlamento – dove la maggioranza Ursula si è ripetutamente spaccata – per i Verdi e la maggioranza dei Socialisti il testo era diventato troppo debole. Così hanno deciso di bocciarlo per tentare di tornare in commissione. Ma proprio su questo voto si è formata una maggioranza di centro-destra (Id, Ecr, Ppe, Renew) che ha respinto il testo.

La proposta della Commissione europea per la riforma delle norme sui pesticidi di sintesi, cioè chimici, prevedeva il dimezzamento del loro uso entro il 2030 rispetto ai livelli del periodo 2015-17. Il taglio del 50% era l’unico obiettivo quantitativo, tra quelli della Strategia “Farm to Fork”, a essere stato reso vincolante a livello Ue, con target di riduzione anche a livello nazionale. La Commissione aveva proposto anche il divieto dell’uso in un grande numero di superfici, definite sensibili, e la promozione di pratiche ecocompatibili di controllo delle infestanti. Gli Stati membri avrebbero dovuto inoltre fissare obiettivi per aumentare il ricorso a metodi non chimici di controllo dei parassiti.

Presentata nell’estate del 2022, la proposta ha avuto un iter a dir poco travagliato in Consiglio agricoltura e nell’Europarlamento. Viste le prime resistenze dei ministri, la Commissione europea aveva fatto ampie concessioni sulle aree sensibili. Gli Stati avevano poi chiesto e ottenuto un supplemento della valutazione di impatto sociale ed economico della proposta, che ha ritardato i lavori di sei mesi. Intanto nell’Europarlamento andava in scena lo scontro tra la commissione agricoltura e quella ambiente, competente sul dossier. Ora, con il fallimento di Strasburgo, tutto torna in discussione e toccherà semmai al nuovo Europarlamento eletto il 6 giugno 2024 eventualmente riprendere in mano la tematica.

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