Sanità trentina: continua la girandola di dirigenti

Dop appena sette mesi, lascia il direttore generale della sanità della Provincia Antonio D’Urso diretto a Perugia. Le critiche del Pd alla gestione della giunta Fugatti.

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Per la sanità trentina non c’è pace, con la continua girandola di dirigenti che paiono reggere poco ai posti di vertice, sia all’interno della “regia” del comparto presso l’assessorato, che in quello operativo dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari.

Dopo soli otto mesi dalla nomina, lascia l’incarico di direttore generale dipartimento salute e politiche sociali della Provincia di Trento Antonio D’Urso che andrà a dirigere la sanità di Perugia. Un addio, quello D’Urso, ancora più rumoroso, arrivato in Trentino dopo un altro addio, quello del dirigente Giancarlo Ruscitti approdato alla direzione della sanità del Friuli Venezia Giulia, salutato alla fine del 2024 dalla giunta guidata dal salviniano Maurizio Fugatti con gran spolvero e tappeti rossi, oltre che programmi roboanti di rilancio e soluzioni dei problemi che affollano da lustri la sanità trentina.

E se la sanità umbra conquista un altro professionista di spessore, quella trentina tocca arrangiarsi a trovare l’ennesimo sostituto, nella speranza che duri più dei predecessori. Una situazione decisamente travagliata, iniziata ancora la scorsa legislatura con i capricci dell’allora assessore alla sanità, la salviniana Stefania Segnana, che fece fuoco e fiamme per allontanare l’allora direttore generale dell’Apss Paolo Bordon, uno che appena liberato dal suo rapporto con il Trentino fu subito imbarcato dalla prestigiosa sanità emiliana con l’incarico della direzione della Usl bolognese, ora approdato alla direzione della sanità e dei servizi sociali della regione Liguria. Dalle frigne dell’allora assessore per liberarsi di un dirigente con la schiena dritta, per la sanità trentina è stato un continuo cammino verso continui cambi di dirigenti, con la stessa Segnana degradata nella nuova legislatura a consigliere semplice, tanto che oggi l’opposizione gigioneggia sui “successi” del governo salviniano dell’Autonomia speciale.

Per il capogruppo consiliare provinciale del Pd, Alessio Manica, e del segretario provinciale, Alessandro Dalrì, «il vertice amministrativo della sanità trentina, scelto dall’assessore e presentato come lo snodo per la riforma e rilancio della sanità trentina (dalle riforme annunciate alla questione liste d’attesa al nodo del personale) dopo neanche 10 mesi se ne va serenamente altrove. E i segnali c’erano già stati nelle settimane scorse quando trapelava la notizia che il dirigente stava partecipando a concorsi in altre regioni, aspetto curioso e contraddittorio per una figura che aveva assunto da meno di un anno un ruolo così importante e sfidante».

«Non si può che rimanere preoccupati non solo di fronte alle dichiarazioni dell’assessore e quindi l’ammissione di un rapporto fiduciario piuttosto fragile, ma anche di fronte al fatto che una carica di vertice possa permettersi di lasciare il proprio mandato con un mese e mezzo di preavviso, meno di un collaboratore amministrativo – continuano Manica e Dalrì -. Con buona pace delle conseguenze sul sistema. Poi sorgono le domande; ad esempio se questa fuga è solo frutto del percorso di carriera personale o conseguenza dell’impossibilità di esprimere fino in fondo le scelte che si dovrebbero fare nella sanità trentina, con sullo sfondo uno scontro con i vertici dell’azienda che in più di una stanza in questi mesi veniva raccontato».

Per Manica e Dalrì «la constatazione che ad un anno e mezzo dall’inizio della legislatura tra fughe di vertici, di personale, bandi stoppati e assenze di scelte forti la sanità continua nella sua situazione di grande difficoltà. Difficoltà che i Trentini provano tutti i giorni nell’accesso ai servizi fondamentali».

Cui vanno aggiunte le clamorose difficoltà della maggioranza guidata da Fugatti nell’affrontare il nodo della costruzione del nuovo ospedale provinciale, vicenda affastellata da marchiani errori politici e procedurali che costringono a spendere decine di milioni per tenere in servizio il vecchio ospedale mentre il decollo del nuovo assetto di sanità universitaria decolla tra molte incertezze, a partire dalla mancanza di spazi per l’esperienza in corsia dei medici in formazione.

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