“Classici fuori mostra” al Festival Permanente del Cinema Restaurato

Al Teatro Piccolo Arsenale di Venezia inizia la seconda edizione con 13 classici recentemente restaurati. Di Giovanni Greto

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classici fuori mostra

Il Teatro Piccolo Arsenale, dopo la Biennale Danza da poco conclusa, ospita fino a venerdì 20 agosto, la seconda edizione di “Classici fuori Mostra”, che l’anno scorso venne dirottata sul festival “Il Cinema Ritrovato” di Bologna «a causa delle limitazioni imposte dai protocolli di sicurezza generati dalla pandemia», secondo le parole di Alberto Barbera, direttore della Mostra del Cinema di Venezia.

«Il programma di “Classici fuori Mostra” – prosegue Barbera – comprende tredici classici recentemente restaurati dalle principali cineteche di tutto il mondo, consentendo un viaggio a ritroso nella storia del cinema, attraverso titoli che ne hanno segnato l’evoluzione in maniera diversa ma ugualmente significativa». Tra le pellicole proiettate c’è la possibilità di (ri)scoprire film meno noti, ma non per questo di minor qualità ed interesse rispetto ai cosiddetti capolavori.

Di seguito, nell’ordine, il programma di “Classici fuori Mostra”, che si snoderà dal mercoledì alla domenica nelle prime due settimane, dal mercoledì al venerdì in quella conclusiva.

Sedotta e abbandonata (Italia/Francia, 1964) di Pietro Germi; Muhomatsu no Issho, “La vita del ribelle Matsu” (Giappone, 1943) di Inagaki Hiroshi; Le Cercle Rouge, “I senza nome” (Francia, 1970) di Jean-Pierre Melville; Goodfellas, “Quei bravi ragazzi” (Usa, 1990) di Martin Scorsese; Cronaca di un amore (Italia, 1950) di Michelangelo Antonioni; Den Muso, “La ragazza” (Mali, 1975) di Souleymane Cissè; Utoszezon, “Tarda stagione” (Ungheria, 1966) di Zoltan Fabri; You only live once, “Sono innocente” (Usa, 1937) di Fritz Lang; Serpico (Usa, 1973) di Sidney Lumet; Neokonchennaya pyesa dlya mekhanicheskogo pianino, “Partitura incompiuta per pianola meccanica” (Urss, 1976) di Nikita Mikhalkov; La ultima cena (Cuba, 1976) di Tomas Gutierrez Alea; Claudine (Usa, 1974) di John Berry; Fukushu suru ware ni ari, “La vendetta è mia” (Giappone, 1979) di Imamura Shohei.

Tra i titoli meno conosciuti, due lungometraggi giapponesi. Nel primo, “La vita di Matsu” del 1943, l’azione si svolge nella fase centrale dell’epoca Meiji (1868 – 1911), che segnò l’apertura del Giappone all’Occidente. Matsugoro è un povero guidatore di risciò. Sembra una persona rozza e litigiosa, ma in realtà è uno spirito generoso. Un giorno raccoglie per strada Toshio, un bambino orfano di padre e da quel momento si occuperà costantemente di lui e di sua madre, che è la vedova del suo padrone. Cresciuto il ragazzo, dopo un’esistenza consacrata alla felicità della donna e del figlio, rimane solo. La sua devozione verso la vedova si è trasformata in amore, ma a causa dell’abisso sociale che li divide, non trova il coraggio di rivelare i propri sentimenti. Morirà solo nella neve in una notte d’inverno davanti ad una scuola elementare.

Il secondo, “La vendetta è mia”, tratto da una storia vera, si basa sul mito del genio del crimine, in questo caso Enokizu Iwao, impersonato dal bravissimo Ogata Ken, che viola impunemente tutte le leggi sociali e si fa strada nel paese rubando, seducendo, ingannando e uccidendo, finché non viene catturato. Come si legge nel volume “Storia del cinema giapponese” (Marsilio, 2001) di Maria Roberta Novielli, «qualunque sia l’ambiente che Imamura esplora, i suoi personaggi vivono come esseri imperfetti, incoscienti di commettere dei crimini, in questo caso profondamente innocenti oltre che universali, perché non ancorati ad alcuna etica locale».

Risultano interessantiClaudine”, commedia americana, che è il primo film importante sulla vita degli afroamericani a  raccontare le speranze, le lotte, le frustrazioni di persone come la protagonista, madre di sei figli, frutto di due matrimoni e di due unioni consensuali; “L’ultima cena”, allegoria ironica sull’ipocrisia religiosa della società coloniale del XVIII secolo; “Tarda stagione”, in cui Zoltan Fabri prosegue la sua disamina morale della storia recente del suo Paese e degli anni del nazismo in particolare, con toni da commedia strampalata per approdare ad un dramma angosciante kafkiano; “Den Muso”, esordio di un grande cineasta, Souleymane Cissè, il quale mostra con precisione documentaria un Mali che si sta  urbanizzando velocemente e il crescente divario tra la grande borghesia delle ville, la gioventù delle strade di Bamako e le viuzze terrose del Paese di un tempo. Il potere dell’epoca spedì il regista in carcere e il film fu vietato totalmente per tre anni.

Tutti i film di “Classici fuori Mostra” iniziano alle ore 21.00 e sono proiettati in versione originale con sottotitoli in italiano.

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