Le regioni italiane nel 2013 non riusciranno a tornare al livello pre crisi del 2007

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Secondo lo studio di Confcommercio in 4 regioni, il balzo all’indietro è stato così profondo che esse non recuperano neppure i livelli del 1995. Nel 2012 Pil in calo del 2,2% e dello 0,3% nel 2013

Presentato a Roma il Rapporto Confcommercio sulle “Economie Territoriali e il Terziario di Mercato”. Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha sottolineato che “il rapporto presentato dall’Ufficio Studi aggiorna le nostre previsioni macroeconomiche, stimando, ora, che il prodotto interno lordo del nostro Paese diminuirà del 2,2% nel 2012 e dello 0,3% nel 2013. Quanto ai consumi delle famiglie, la previsione è che diminuiranno del 2,8% nel 2012 e dello 0,8% nel 2013, toccando nuovi minimi assoluti di prodotto lordo dall’inizio della grande recessione, cioè dalla fine del 2007. E i consumi reali pro-capite subiranno, nel 2012, un calo di una profondità mai prima registrata nella storia economica repubblicana”.

Per Sangalli “da questi dati, risulta, allora confermata la necessità di fare di tutto per derubricare definitivamente, attraverso l’avanzamento di una revisione della spesa pubblica senza timidezze, l’ipotesi di procedere, nel luglio del 2013, ad ulteriori aumenti IVA. Farlo è necessario. Perché gli impatti recessivi degli aumenti IVA sarebbero profondi e peserebbero particolarmente sui livelli di reddito medio-bassi. Ne farebbero le spese famiglie, occupazione ed imprese”. Secondo Sangalli, la riforma “prioritaria” per uscire dal tunnel è quella fiscale perché “per i contribuenti in regola la pressione fiscale ha raggiunto un livello record del 55% e con una pressione fiscale così alta non ci può essere crescita”.

Per il presidente di Confcommercio “non ci sono alternative: si tratta di coniugare insieme rigore e spinta alla crescita. Procedendo nel lavoro di risanamento e di riduzione della spesa pubblica ai fini del pareggio di bilancio; avanzando nell’azione di recupero di evasione ed elusione, anche allo scopo di ridurre le aliquote legali di prelievo fiscale che gravano sui contribuenti in regola; accelerando le dismissioni di patrimonio pubblico per abbattere lo stock del debito. Ma anche operando investimenti mirati per cogliere le opportunità dell’efficientamento del sistema dei trasporti e della logistica, dei processi di riqualificazione delle nostre città e del loro tessuto commerciale, della valorizzazione del patrimonio culturale e turistico del nostro Paese”. Agire sul Terziario dei servizi di mercato come il commercio ed il turismo, i trasporti e la logistica, i servizi alle persone ed alle imprese costituisce per Sangalli una leva finanziaria ed economica che “nonostante l’impatto della grande recessione, contribuisce oggi, in misura determinante, alla formazione del valore aggiunto e dell’occupazione del nostro Paese. Contribuisce, infatti, alla formazione del valore aggiunto per oltre il 40% e alla formazione dell’occupazione per oltre il 43%. Quote importanti e destinate a crescere ulteriormente. Ma che certamente dicono anche della necessità di una politica per i servizi che accompagni l’impegno del settore al rafforzamento della produttività, in particolare attraverso il propellente dell’innovazione”.

A presentare nel dettaglio i risultati dell’indagine è stato il direttore dell’Ufficio Studi, Mariano Bella.: “Abbiamo affrontato sinteticamente tre questioni: il nuovo quadro macroeconomico, il ruolo del terziario di mercato con i nuovi dati della contabilità riclassificati e molto migliori rispetto ai precedenti, le dinamiche economiche territoriali; i tre temi sono legati, naturalmente, in quanto la dimensione macro impatta sui territori e il legame mezzogiorno-servizi resta l’unico che potrebbe mitigare i gravi e persistenti squilibri Nord-Sud”. Parlando del quadro macroeconomico e quindi dell’andamento del Pil, Bella ha sottolineato che “i tassi di variazione congiunturali del livello del Pil sono negativi nuovamente dal terzo trimestre del 2011; è negativo il primo del 2012, dato ufficiale, e a nostro avviso saranno negative le variazioni fino a tutto il primo trimestre 2013 (con intensità e profili marginalmente differenti, anche gli altri istituti di ricerca suggeriscono dinamiche analoghe). Stiamo toccando – ha detto Bella – nuovi minimi assoluti di prodotto lordo da quando è cominciata la grande recessione cioè dalla fine del 2007, solo che la popolazione residente nel frattempo è cresciuta di circa 900.000 unità”.

L’analisi dell’andamento delle economie territoriali è fondamentale per comprendere le diversità e le tipicità delle realtà regionali e provinciali. Per Bella “l’indice di accessibilità nel Sud è un quarto circa rispetto al NordEst e un sesto rispetto al NordOvest. Il capitale produttivo pro capite è meno della metà della media. E così via. I divari non si possono ridurre. Sotto il profilo previsionale gli aspetti peggiori riguardano gli anni della crisi e del dopo crisi, se così possiamo chiamare il biennio 2010-2011”. Con queste premesse e stante la contrazione dei livelli di attività economica su base nazionale, naturalmente su base regionale le differenze risultano enfatizzate. In nessuna regione italiana i livelli di valore aggiunto reale pro capite nel 2013 torneranno alla dimensione del 2007, cioè prima della crisi. In 4 regioni, il balzo all’indietro è stato così profondo che esse non recuperano neppure i livelli del 1995. La Lombardia, che da sola pesa per oltre un quinto del Pil italiano, è ai livelli del 1995. Mediamente, l’Italia ha perso un decimo della sua capacità pro capite di produzione rispetto al 2007. Sta sopra del 3,9% rispetto al 1995 ed è quindi tornata ai livelli del 1997. E, se qualche regione del Mezzogiorno pare andare meglio, anzi meno peggio, di qualche regione del Nord, è soltanto perché è ripresa la migrazione di potenziali lavoratori da Sud verso Nord, e quindi il denominatore del rapporto si riduce: “il Sud si sta svuotando di forza lavoro”.

La ricerca ha evidenziato due gruppi di province, quello delle prime in graduatoria per valore aggiunto pro capite e quello delle ultime sette in graduatoria. Milano è al primo posto e al primo posto stava anche nel 2000. Roma si posiziona al settimo posto, guadagnando una posizione. Ci sono province che, pure nella crisi globale, guadagnano posizioni relative, come Mantova e Bolzano. Al contrario, Foggia e Trapani perdono posizioni in graduatoria. Tra le sette province a minore valore aggiunto pro capite, cinque sono siciliane o calabresi.