Pasta: forti rincari per gli aumenti delle materie prime e dell’energia

Dal campo alla produzione già registrato il rincaro del 38%, che non rimarrà isolato. Scordamaglia: «la grande distribuzione lima i margini per ridurre l’aggravio ai consumatori».

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Per la pasta, il piatto nazionale italiano e principe indiscusso della dieta mediterranea, arriva la stagione dei forti rincari per via dell’aumento dei costi di produzione dal campo al pastificio, sulla spinta del caro energia e delle materie prime.

Secondo Coldiretti, in Italia sono praticamente raddoppiati i costi delle semine per la produzione di grano destinato a pasta e pane per effetto di rincari di oltre il 50% per il gasolio necessario alle lavorazioni dei terreni, ma ad aumentare sono pure i costi dei mezzi agricoli, dei fitosanitari e dei fertilizzanti che arrivano anche a triplicare. Nonostante questo, il grano duro italiano è pagato agli agricoltori nazionali meno di quello proveniente dall’esteroche pesa per il 40% sulla produzione di pasta. La produzione importata in Italia, soprattutto dal Canada, è ottenutaperaltro con l’uso del diserbante chimico glifosato in preraccolta, vietato in Italia. Un’anomalia che ha spinto il record degli acquisti di pasta con grano 100% italiano reso riconoscibile dall’obbligo di etichettatura di origine fortemente sostenuto dalla Coldiretti.

Per fermare le speculazioni a livello internazionale e garantire la disponibilità del grano – continua la Coldirettioccorre lavorare per accordi di filiera tra imprese agricole e industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativie prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali. Ci sono le condizioni per incrementare la produzione di grano in Italia dove si raccolgono 3,8 milioni di tonnellate (-3% rispetto all’anno precedente) che fanno della Penisola il secondo produttore mondiale, ma anche il principale importatore perché molte industrie anziché garantirsi gli approvvigionamenti con prodotto nazionale hanno preferito acquistare sul mercato internazionale approfittando delle basse quotazioni dell’ultimo decennio.

Dal campo al pastificio. Un chilo di pasta, che a settembre la grande distribuzione comprava a 1,10 euro, ora ne costa 1,40. E per la fine di gennaio arriverà a 1,52 euro. Un aumento del 38%, secondo i calcoli di Vincenzo Divella, amministratore delegato dell’omonimo pastificio: «i primi 30 centesimi li abbiamo dovuti chiedere dopo l’estate, per far fronte all’aumento vertiginoso del costo della nostra principale materia prima, cioè il grano. Da giugno a oggi, il prezzodel grano alla borsa di Foggia è cresciuto del 90% – spiega Divella -. Un rincaro che non avremmo mai potuto ammortizzare da soli, basta pensare che per noi la semola rappresenta il 60% di tutto il costo di produzione della pasta. Con l’arrivo dell’autunno, poi, ci si sono messi tutti gli altri rincari: il costo del cellophane è aumentato del 25%, il gas del 300%, l’elettricità anche. Per questo a gennaio abbiamo chiesto alla grande distribuzione altri 12 centesimi al chilo. Un aumento, questo, che dovrebbe diventare effettivo con il rinnovo degli ordini alla fine di questo mese».

Da Foggia a Predazzo nel pastificio di montagna Felicetti lo scenario non cambia: «da giugno a oggi il prezzo del grano duro è cresciuto del 70%, e chi lo sa dove arriverà a marzo. Qualcuno di noi pastai dice che dalla primavera mancherà addirittura il grano da lavorare. Io non sono d’accordo – afferma Riccardo Felicetti, amministratore delegato dell’omonimo pastificio e presidente dei pastai di Unionfood -. Credo però che gli squilibri sul mercato mondiale non finiranno qui, e che nell‘inverno del 2022 avremo nuovi problemi, comprese le fiammate speculative».

Felicetti commenta anche l’andamento delle quotazioni internazionali del grano: «il grano duro italiano al momento è quello che costa meno al mondo, all’ultima asta della settimana scorsa in Tunisia è stato venduto parecchio grano italiano alle industrie locali perché lo pagano meglio. È la legge del mercato, certo, ma in un momento di scarsità come quello di oggi, forse queste cose non dovrebbero succedere».

Infine la grande distribuzione tenta di mitigare la ricaduta degli aumenti sui consumatori: «non mi aspetterei ulteriori aumenti piuttosto un progressivo assorbimento di aumenti oggettivi che la Gdo deve fare evitando però speculazioni sul sottocosto, come fanno alcune catene sotto il nume tutelare dell’inflazione, che non è tanto legata all’aumento della domanda che non c’è ma a strozzature dell’offerta – sostiene Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia-. Il consumatore deve capire che per l’alimentare cercare il prezzo sottocosto non è la scelta migliore perché distrugge le filiere nazionali e porta a un prodotto qualitativamente inferiore».

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