Protesta degli agricoltori contro Pac e “Green Deal”

Confagricoltura: strumenti inadeguati per affrontare sfida della competitività. Le regole ambientali europee sono controproducenti per i produttori e i consumatori.

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Protesta degli agricoltori

Prosegue la protesta degli agricoltori europei contro la Pac e il “Green Deal”. L’ultimo annuncio è arrivato dalla Spagna dove le organizzazioni in modo unitario hanno deciso un programma di manifestazioni nelle Comunità autonome.

Per Confagricoltura sono diverse le difficoltà del settore agricolo negli Stati membri che emergono dalla protesta degli agricoltori. In Francia, ad esempio, da tempo si registra una perdita di competitività delle produzioni. Lo scorso anno le importazioni di carne di pollo hanno coperto oltre la metà del fabbisogno interno e per ridurre le giacenze di vini, si è resa necessaria una distillazione di crisi con uno stanziamento pubblico di 200 milioni di euro.

In Spagna, primo produttore ed esportatore al mondo, la produzione di olio d’oliva è crollata della metà, rispetto alla media, a causa della siccità. Inoltre, continuano ad aumentare le importazioni di prodotti ortofrutticoli dai paesi terzi; un quinto in più nel primo semestre dello scorso anno sullo stesso periodo del 2022.

Dovunque, però, la protesta degli agricoltori ha come obiettivo la PAC – la Politica agricola comune – e le proposte della Commissione europea per l’applicazione del “Green Deal” al settore agricolo. Questioni di assoluto rilievo che meritano un approfondimento.

L’accordo sull’ultima riforma della PAC, raggiunto nel giugno 2021, suscitò commenti generalmente positivi da parte degli addetti ai lavori. Solo Confagricoltura sollevò nell’occasione una sebrie di riserve. «Le imprese agricole sono chiamate ad aumentare gli impegni in materia di sostenibilità ambientale, ma a fronte di minori risorse finanziarie», dichiarò nell’occasione il presidente Giansanti. E ancora: «non è stato assolutamente centrato l’obiettivo della semplificazione amministrativa da tutti auspicato”. Pagamenti insufficienti, ulteriormente ridotti in valore reale dall’eccezionale aumento dell’inflazione, e sovraccarico burocratico sono le criticità evidenziate dagli agricoltori durante le manifestazioni in atto.

Quanto al “Green Deal”, la Commissione europea in carica ha sempre manifestato un atteggiamento ideologico negativo nei confronti dell’impatto ambientale dell’agricoltura e, in particolare, della zootecnia giungendo a considerarla alla stregua di un’attività industriale. Al riguardo, basti ricordare che nel 2022, per far fronte all’instabilità dei mercati dovuta al conflitto in Ucraina, la Commissione decise una deroga agli obblighi della PAC in materia di destinazione non produttiva dei terreni e rotazione obbligatoria annuale dei seminativi. Dai provvedimenti furono esclusi mais e soia perché – è scritto in una nota ufficiale della Commissione – «si tratta di produzioni tipicamente utilizzate per l’alimentazione del bestiame».

Nel tempo che resta a disposizione prima della conclusione della legislatura europea, occorre puntare a bloccare l’entrata in vigore delle intese raggiunte sul ripristino della natura e sulla revisione della direttiva relativa alle emissioni industriali. Poi, dopo le elezioni di giugno al Parlamento europeo e l’insediamento della nuova Commissione, i testi potranno essere rivisti e aggiornati per far coesistere, grazie alle innovazioni tecnologiche, la sostenibilità ambientale con quella economica.

La sicurezza alimentare dell’Unione europea dipende dai livelli di efficienza e competitività delle imprese. E dal reddito che gli agricoltori riescono ad ottenere dal proprio lavoro, per i quali giustamente protestano.

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