Braccianti Est Europa fermi per Coronavirus: a rischio l’ortofrutta italiana

Servono migliaia di operai per assicurare la raccolta e le operazioni di campagna. E’ emergenza pomodoro. Indispensabile avviare i percettori di reddito di cittadinanza privi di lavoro all’agricoltura.

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A rischio l’ortofrutta italiana: nei campi italiani è scattato l’allarme rosso per l’impossibilità di iniziare le pratiche agronomiche prodrome alla semina e alla raccolta, ad iniziare dal pomodoro cui seguiranno le orticole e la frutta di stagione, per mancanza di manodopera.

Il problema è che l’agricoltura si affida massicciamente all’impiego di manodopera avventizia di origine straniera, soprattutto dell’Est Europa, con moltissimi polacchi, bulgari e romeni che approfittano delle vacanze dal loro posto di lavoro per arrotondare i guadagni di un anno con un mese di lavoro nelle campagne italiane. Molti stranieri, poi rimangono in Italia per più tempo, spostandosi da una località all’altra in base al lavoro nei campi, passando dagli agrumi calabresi agli asparagi pugliesi o alle pesche romagnole fino alle mele della Val di Non in Trentino.

L’epidemia da Coronavirus ha sospeso tutto, facendo mancare all’appello migliaia di lavoratori: secondo la Flai-Cgil nel Foggiano ne servirebbero quasi 8.000; 22.000 in tutta la Toscana per la Confederazione agricoltori. Una situazione aggravata anche dallo stop al decreto flussi che proprio per l’emergenza sanitaria non è mai partito quest’anno (nel 2019 aprì a 18.000 stagionali). Alle difficoltà si aggiunge la mancata autorizzazione del governo BisConte all’utilizzo dei voucher per la retribuzione della manodopera avventizia, causa il secco diniego dei sindacati.

Un sostanziale blocco delle attività di campagna che per alcuni produttori è già costato il crollo del 60% dell’attività. In Emilia Romagna pesa la mancanza di manodopera dell’Est. «I lavoratori stagionali sono rimasti nel loro Paese e alcune aziende di ortaggi sono già a rischio», spiega Carlo Piccinini, imprenditore vitivinicolo e presidente di Confcooperative FedAgriPesca Emilia Romagna, che riunisce oltre 400 cooperative agroalimentari con 55.000 soci produttori. Una mancanza che Confagricoltura Bologna stima in 1.000 lavoratori in meno, per lo più stranieri. «Non verranno – dice il presidente di Confagricoltura, Guglielmo Garagnani -. Addirittura c’è il rischio che non vengano nemmeno lavoratori di altre regioni. Chiediamo a governo e Regione di fare presto e ascoltarci».

Una soluzione ci sarebbe: utilizzare i percettori del reddito di cittadinanza privi di lavoro per dare manforteall’agricoltura per evitare che sulle tavole vengono a mancare ortaggi e frutta fresca. Se il governo BisConte fosse solo un pochino determinato a favorire il lavoro, dopo un anno di percezione del provvedimento assistenzialistico a fondo perduto dovrebbe imporre uno scambio equo: il mantenimento dell’assegno pubblico in cambio del lavoro in campagna. Certo, costerebbe un po’ di fatica in più, forse farebbe perdere qualche voto di scambio, ma sarebbe uno scambio equo ed etico.

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