“Tokyo Dageki Dan” dal vivo all’auditorium “Fuchu no mori”

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Tokyo Dageki Dan tamburi 1
Impressionante musicalità con l’impiego di percussioni di tutti i tipi

 

Di Giovanni Greto

Tokyo Dageki Dan tamburi 1In Giappone, secondo una stima di “The Japan Times”, l’autorevole quotidiano in lingua inglese stampato nella capitale, esistono dai diecimila ai quindicimila gruppi amatoriali di tamburi tradizionali giapponesi (“Wa Daiko”). Questo è dovuto probabilmente alla rivoluzione culturale, intesa come una maniera nuova di percuotere, iniziata dai primi ensemble “Kumi-Daiko” (il termine indica un set di tamburi): “Ondekoza”, fondato nel 1969 da Tagayasu Den, nel quale poi sarebbe entrato Hayashi Eitetsu (Hiroshima, 2 febbraio 1952), il quale diede origine a quel modo diverso di percuotere l’ “O-Daiko” e “Kodo”, nato nel 1981 dalle ceneri del precedente, a tutt’oggi il più conosciuto nel mondo.

In un sabato pomeriggio piovoso, a causa del passaggio nell’arcipelago dei tifoni, uno dei confortevoli auditorium all’interno del centro culturale “Fuchu no mori” del comune di Fuchu, uno dei tanti che concorrono a formare la città metropolitana di Tokyo, ha ospitato l’esibizione dell’ottetto “Tokyo Dageki Dan”, “gruppo (dan) di Tokyo dal colpo forte (dageki)”, fondato nel 1995 da Hiranuma Jun-Ichi, membro degli Ondekoza nel 1980 e poi con i Kodo dal 1981 al 1991. Attualmente è il presidente di “Art Will”, la società che promuove i concerti e le attività del gruppo.

L’ensemble ha eseguito dieci brani, tutti originali tranne uno, nell’arco di un’ora e mezza, bis compreso. Le luci in sala si attenuano gradatamente fino a spegnersi del tutto. Nella semi oscurità appare un sipario bianco, trasparente, che lascia intravedere un disegno nero, forse di un’albero, al di là del quale vengono illuminati tre enormi tamburi a due pelli a forma di barile (“O-Daiko”). In primo piano un percussionista, la schiena nuda rivolta alla platea, pantaloni blu di stoffa che proseguono fino al busto e si intrecciano sulla schiena, scarpine bianche leggere. Gli altri due colleghi non si vedono. Impugnano mazzuoli grossi, tuttavia non pesanti (“bachi”, pronunciato ‘bacì’) ed eseguono una sequenza di colpi singoli. Il suono è grave, profondo, di tono diverso, in modo da creare una dolce, calda melodia. Il pubblico segue l’azione in rispettoso silenzio. Ad un certo punto il sipario si alza. Entrano quattro percussionisti che si posizionano a terra, a gambe incrociate, impegnati con quattro “Shime-Daiko”, tamburi molto più ridotti, grandi più o meno come uno “snare drum” (in italiano “tamburo rullante”), le cui pelli sono tese mediante un sistema di corde. Il suono è acutissimo e sono percossi da due bacchette più sottili, affusolate, ma che non finiscono ad oliva, come quelle utilizzate per la batteria. Dietro di loro un “Chu-Daiko”, simile al Wa-Daiko, ma di dimensioni medie. Dopo un po’ rimangono solo due piccoli Shime-Daiko. Poi ritornano in scena i due tamburi grandi e quello medio. I “Wa-Daiko” sono percossi ognuno simultaneamente da due musicisti, pelle contro pelle, sempre senza vedersi. L’atmosfera si surriscalda, finché arriva un musicista che si mette a suonare un esile flauto di bambù. Vien da pensare che i tamburi lo sovrasteranno e invece no, forse perché il piccolo strumento a fiato emette un suono molto acuto. Il pezzo di “apertura” (“Kai”), il più lungo di tutti, si conclude dopo venti minuti. Una lunga suite, ricca di momenti interessanti.

Inizia nell’oscurità “San”, “scintilla”. Con un suono che evoca il vento, il buio. Non appena affiora un po’ di luce, nel proscenio appare il flautista, seduto a terra, con un tamburo a lato. Il flauto ha un suono melodioso e per la sua durata provoca un effetto di “trance”, fino a che il musicista non decide di effettuare alcuni fraseggi con il tamburo. Allora entrano in scena altri quattro membri, tre con lunghi tamburi a cilindro a tracolla, “Okedo”, della stessa famiglia degli “Shime-Daiko”, perché le pelli sono messe in tensione mediante delle grosse corde/funi bianche. Per questo brano si utilizza una sola bacchetta per percuotere la pelle; il quarto, forse per dare un po’ di colore, suona una coppia di piatti, i quali espandono una sonorità simile a quella di piccoli “Splash” sospesi, con la differenza che questa si protrae maggiormente nel tempo. Contemporaneamente nasce un canto, intonato dal flautista/percussionista, collocato in una posizione più avanzata rispetto a quella dei colleghi. Non solamente per questo brano, i musicisti tendono a percuotere spesso anche i bordi e il fusto dei tamburi, in maniera tale da creare una godibile diversità sonora tra il colpo sulla pelle e quello sul legno.

A seguire, ecco “Ruri”, letteralmente “scorrere”, una canzoncina di breve durata che non lascia traccia, ma da segnalare perché muta il set strumentale: tre Gong di medie dimensioni, due tamburi, uno percosso con due bacchette, l’altro con una, il flauto, una struttura metallica composta da otto piccoli gong che creano la melodia, una coppia di gong di media grandezza, anche questa circondata da una struttura metallica. 

Per “Hekikuu”, “cielo blu”, si predispone un fondale di color celeste acceso. E’ il brano più spiritoso, quello che fa ridere di gusto l’educata platea. Entra in scena un musicista, quasi trotterellando e percuotendo un piattino per creare una base ritmica. Sorride, fa smorfie e accenna ad un balletto. Poi vengono portate tre doppie tinozze incastrate in una panca, che saranno suonate dai musicisti sui bordi e sui lati. Anche questi ultimi inducono al riso con smorfie clownesche, ma coinvolgono gli astanti e li sorprendono per un virtuosismo e nello stesso tempo una puntualità e una precisione nei colpi. 

Il concerto prosegue con “Cross”, “incrocio”, per sei tamburi e una coppia di piatti. “Arata”, “novità”, per quattro coppie di tamburi, uno dal suono grave, l’altro acuto. In “Enjin”, “fuoco veloce, guizzante”, fa capolino all’inizio il suono del mare. Ritornano, il sipario dell’inizio e il tamburo gigante in “O-Daiko”, “grande tamburo”, con una coppia di musicisti uno a colpire la pelle anteriore, l’altro quella posteriore per tredici lunghi minuti. “Tah Don Don Cha”, l’unica composizione non originale, ha un titolo onomatopeico,  ad indicare il ritmo e il tipo di suono (quasi uno scat). Un set numeroso: il flauto e sei musicisti, ognuno dei quali ha a disposizione un tamburo e una lastra forse di latta, che emette un suono soffocato che potrebbe ricordare quello dell’Hi-Hat. “Hana-hayate”, “tempesta di fiori, con l’ottetto al completo, sarebbe il brano conclusivo. Si avvale del flauto, di cinque tamburi medi, uno per musicista, di tre tamburi “Shime-Daiko”, due oblunghi, uno piccolo, dal suono acuto, ognuno per gli altri due musicisti. Gli applausi, festosi, portano al bis che vede finalmente tutti e otto i musicisti contemporaneamente in azione. Messi in fila orizzontalmente, ad uno ad uno si spostano in avanti per essere presentati e dare un piccolo assaggio della loro abilità, dando vita ad un concitato assolo.

L’organico del gruppo è composto da sette musicisti, nati fra il 1979 e il 1991. L’ottavo, il primo per anzianità (è nato nel 1968) è l’unico sopravvissuto della formazione iniziale: Murayama Jiro, un tempo solo percussionista, ora anche abile flautista. Dando uno sguardo all’abbigliamento, le vesti richiamano, modernizzate, quelle delle tipiche feste popolari (“Matsuri Bayashi”), che danno luogo ai numerosissimi festival locali legati ad una serie di motivi (ad un tempio shintoista, alla preghiera per un buon raccolto di riso, ad una qualche inaugurazione, e così via). Musicalmente, in alcuni momenti mi è venuto da pensare a quei dischi Blue Note degli anni ’50 con Art Blakey affiancato da percussionisti africani e dell’area caraibica. Anche se, a parte i numerosi significati collegati al suono del tamburo, per un percussionista di tamburi giapponesi è importante prima di tutto rispettare certe regole, nella postura del corpo e nei movimenti per colpire, alcuni dei quali sembrano ispirarsi alle arti marziali. Non basta perciò essere bravi tecnicamente, ma è necessario avere dentro di sé lo spirito giusto, allontanare i pensieri negativi, per comunicare con il pubblico e instaurare quell’armonia con i colleghi che darà come frutto la  riuscita ideale del brano.

Collegandosi al sito del gruppo, www.dagekidan.com, si possono vedere alcuni frammenti di repertorio, tra i quali un accenno al festoso brano finale di ringraziamento e saluto corale.